Il vescovo: «La Turchia, ponte con l’Oriente. L’Occidente non l’ha capito, il Papa sì»
di Giacomo Gambassi, Roma
Parla il vicario apostolico di Istanbul, l’italiano Palinuro, che accoglierà Leone XIV in Turchia. «Terra di rispetto dove però si vive una nuova islamizzazione». Erdogan? «Si muove per contribuire alla pace: dall’Ucraina all’Africa. E ha nella Santa Sede un importante interlocutore»

«È quasi tradizione che i Pontefici vengano a Istanbul, l’antica Costantinopoli, come prima tappa internazionale del loro ministero. È come un gesto programmatico. Il significato è proprio in questo antico titolo: compito di un Pontefice è costruire ponti. E la Turchia è per eccellenza un ponte: ponte tra Oriente e Occidente, crocevia di popoli e religioni, mosaico di culture e tradizioni». Il vescovo Massimiliano Palinuro guida il vicariato apostolico di Istanbul. E accoglierà Leone XIV in Turchia. Primo viaggio apostolico del Papa che comincia giovedì e lo porterà nella terra dove Palinuro è missionario fidei donum dal 2011 e vescovo dal 2021 per volontà di papa Francesco, ultimo Pontefice ad aver visitato la Turchia nel 2014, un anno dopo la sua elezione.

Leone XIV arriva nel sesto mese di pontificato per celebrare i 1.700 anni del Concilio di Nicea, il Concilio del Credo unitario. «La Chiesa non ha mai smesso di guardare alla Turchia con rispetto, consapevole delle sue enormi potenzialità - spiega ad Avvenire il presule originario di Ariano Irpino dove è nato 51 anni fa -. Invece la sufficienza con cui l’Europa e l’Occidente continuano ad approcciarsi a questo Paese la dice lunga sulla miopia dei suoi occidentali». Parla dalla sede del vicariato che si affaccia su Papa Roncalli Sokak, la via di Istanbul che prende il nome dal Pontefice con un passato da delegato apostolico nel Paese.
Eccellenza, come spiega la vicinanza dei Papi alla Turchia?
Questa terra è legata a doppio nodo con il cristianesimo. Qui è nato l’apostolo Paolo e almeno sei apostoli hanno predicato il Vangelo. Qui circa un quarto del Nuovo Testamento è stato ispirato e proprio ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani. Qui si trovano le tombe degli apostoli Giovanni e Filippo e la casa di Maria a Efeso. Qui si svolsero i primi sette Concili, e attraverso gli insegnamenti dei grandi padri della Chiesa, la teologia trovò la sua corretta formulazione. E qui ha sede la sede primaziale del cristianesimo ortodosso. Per tutti questi motivi c’è un legame profondo tra la sede di Pietro e la Turchia
È un viaggio ecumenico quello di Leone XIV con l’evento a Nicea che venerdì vedrà in preghiera i rappresentanti di venti comunità cristiane.
Non c’è dubbio che qui come altrove il messaggio di Nicea sia particolarmente attuale. L’arianesimo non è mai veramente scomparso e la domanda sulla vera identità di Gesù continua ad essere decisiva. In Occidente forme subdole di arianesimo cercano di ridurre la persona e il messaggio di Gesù alla sola dimensione umana e sociale. Qui da noi, in un contesto ad assoluta maggioranza islamica, la proclamazione della fede di Nicea diviene non solo un fattore identitario ma una pietra di scandalo. Talvolta nel mondo islamico il concilio di Nicea viene presentato come il tradimento del messaggio del profeta Gesù o il momento in cui il Cristianesimo è stato inventato a scopo politico. Queste manipolazioni, che risalgono a Voltaire, sono spesso utilizzate in ambienti accademici per demolire la fede cristiana. Lungi dal trasformare la fede in una bandiera ideologica, siamo comunque chiamati a testimoniare la nostra fede e a proclamare il Signore Gesù, Figlio di Dio e unico Salvatore.

L’islam non è religione di Stato. Ma la società turca si sta reislamizzando e il numero delle moschee si è moltiplicato.
Dopo un lungo periodo di esilio della religione dalla sfera pubblica, causato da un processo di laicizzazione forzata della società, negli ultimi due decenni il popolo turco avverte la necessità di riscoprire la propria fede. Come in una reazione “pendolare”, al laicismo forzato si sta contrapponendo una sorta di conservatorismo nostalgico. Spesso questo processo assume anche dei tratti identitari e rischia di confondersi con il nazionalismo. Per questi complessi fattori, a volte si registrano atteggiamenti di intolleranza nei confronti dei non musulmani. In generale i cristiani sono rispettati e tutelati sia da parte delle autorità sia da parte della società civile e la costituzione turca garantisce la libertà religiosa. Ciononostante, in alcuni ambienti socialmente e culturalmente più arretrati la vita dei cristiani può essere difficile e alcuni sono costretti a celare la loro fede.
Leone XIV visiterà la Moschea blu. Come costruire un rapporto cordiale con il mondo islamico?
Nel rispetto della fede di ciascuno e nella ricerca dei valori intrinsechi in ciascuna espressione religiosa cerchiamo ogni giorno di tessere relazioni fraterne. Sono frequenti i momenti di reciproca conoscenza e di dialogo nella vita quotidiana. La storia ha alzato mura di pregiudizio e di ostilità. Più ci si conosce più crollano queste mura e ci si scopre fratelli.

Il “martirio” del vescovo Luigi Padovese e don Andrea Santoro è legato alla Turchia contemporanea. Che cosa dice la loro uccisione?
Che è ancora tempo di martirio. E la loro testimonianza è un incoraggiamento e un monito qui in Turchia come nell’indifferente Occidente. A ben vedere in nessun luogo della terra l’essere cristiani è stato mai di moda. C’è un “martirio a colpi di spillo” che si patisce anche nelle società occidentali e persino dentro la Chiesa. Vorrei anche ricordare il sacrificio del giornalista armeno Hrant Dink, dei tre catechisti protestanti a Malatya e di un musulmano alevita che ha perso la vita lo scorso anno in un attacco terroristico a una nostra chiesa qui a Istanbul. Questi episodi non possono essere generalizzati né rendono giustizia all’animo aperto del popolo turco. Ne è segno evidente il fatto che la visita di papa Leone è stata accolta con particolare rispetto e sostenuta dal governo che ha provveduto a realizzare a Nicea un parco archeologico per valorizzare il luogo del primo Concilio. Inoltre il presidente Recep Tayyip Erdogan ha provveduto a che la Messa conclusiva si tenesse in un ambiente capace di accogliere molti fedeli, garantendo la copertura delle ingenti spese.
Il Papa visiterà la Cattedrale armena apostolica. Resta ancora aperta la ferita degli armeni?
Gli armeni di Turchia, diversamente da quelli della diaspora, hanno imparato a riconciliarsi con le ferite del passato. Lungi dall’alimentare atteggiamenti rancorosi e dal chiudersi in difesa, essi mantengono buone relazioni con tutta la società civile turca e sono leali allo Stato. Però talvolta, in alcuni ambienti malati di nazionalismo e di grettezza, essi sono ancora fatti oggetto di gesti di intolleranza.
Membro della Nato, il Paese è influente nello scacchiere internazionale. Ma l’Occidente lo teme?
Sia per la sua collocazione geografica sia per la sua vocazione storica, la Turchia continua a essere un Paese esperto nella mediazione. La sua presenza sulla scena politica internazionale è spesso decisiva. Il Paese sta già offrendo un concreto contributo alla pace sia nella guerra russo-ucraina, sia nel conflitto israelo-palestinese, sia nelle tante guerre dimenticate dell’Africa. A dispetto dell’ignavia dell’Occidente, la Turchia sta instaurando importanti relazioni diplomatiche e culturali con i Paesi emergenti dell’Africa, non rifuggendo neppure le aree più complesse come il corno d’Africa. Il dinamismo del presidente Erdogan e il protagonismo della diplomazia turca scorgono nella Santa Sede un interlocutore importante con cui condividere idee e strategie per superare i conflitti in Medio Oriente come in altre aree del mondo. Non è un mistero che la Turchia vede nella chiara posizione vaticana sulla questione palestinese un sostegno alla propria posizione.

In Turchia la Chiesa cattolica è piccolissima. C’è il rischio che i luoghi della Chiesa delle origini restino senza una presenza cristiana?
L’ultimo secolo ha visto una drammatica diminuzione dei cristiani. Nel 1915 ancora il 35% della popolazione del Paese era cristiana mentre oggi lo è solo lo 0,6%. Attualmente la comunità cattolica latina del vicariato è formata da poco più di 10mila fedeli locali e da circa 30mila fedeli stranieri, residenti stabilmente per motivi di lavoro o di studio nelle città di Istanbul, Ankara e Bursa. Insieme ai latini vivono anche circa 8mila cattolici armeni, caldei e siriaci, divisi in tre ordinariati che estendono la loro giurisdizione a tutto il territorio turco. Altri 10mila fedeli latini vivono nell’arcidiocesi di Smirne e nel vicariato di Anatolia. La piccola comunità cattolica, con i suoi quattro riti, insieme con le ancor più piccole comunità cristiane non cattoliche, vive in un contesto di minoranza. E la Chiesa ritorna alle sue origini, imparando ad essere sale e lievito. Perché, spoglia di potere e visibilità, la comunità dei discepoli di Gesù ricorda la sua identità originaria: non tanto la Chiesa “di popolo” ma la Chiesa “famiglia dei figli di Dio”. Le nostre comunità, infatti, assomigliano spesso a piccole chiese domestiche, come agli inizi del cristianesimo, in cui ogni persona è importante e nessuno si sente estraneo.
La Chiesa cattolica sconta la debolezza della mancanza di un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato turco?
Il fatto di trovarci tutti nella condizione e di fragilità in una situazione non facile ci “costringe” quasi a camminare insieme e a sostenerci l’un l’altro. Il mancato riconoscimento giuridico della Chiesa costituisce ancora un problema serio che rende la nostra presenza particolarmente vulnerabile. Negli ultimi tempi dobbiamo registrare in positivo la volontà del governo di trovare soluzioni compatibili con il diritto turco per risanare questa ingiustizia.
Che cosa segna il barometro ecumenico dall’osservatorio della Turchia?
Istanbul e la Turchia costituiscono una sorta di laboratorio per il cammino ecumenico. Qui, dove la grande lacerazione tra Oriente e Occidente cristiani ebbe origine e dove più che altrove ha provocato gravi danni, l’impegno per l’unità si percepisce con maggiore urgenza. Il pioniere fu Angelo Giuseppe Roncalli. Il futuro Giovanni XXIII, che guidò il vicariato di Istanbul per dieci anni, dal 1935 al 1944, collaudò l’ecumenismo pratico del «cercare ciò che unisce mettendo da parte ciò che divide». Da parte ortodossa sorse di lì a poco il “profeta dell’ecumenismo”, il patriarca Atenagora. Sulle orme di questi grandi precursori a Istanbul e in Turchia il cammino ecumenico è avanti di almeno quarant’anni rispetto al resto del mondo. Qui noi cristiani siamo così pochi e viviamo in un’area così complicata da essere quasi costretti a collaborare e a camminare insieme. In un mondo polarizzato la Chiesa deve superare le sue divisioni interne per essere credibile e contribuire alla costruzione di un mondo pacificato e fraterno. Come nella guerra russo-ucraina, troppo spesso ancora oggi la religione serve da pretesto per giustificare ideologie e nazionalismi che nulla hanno a che fare con il Vangelo.
Il Paese ha accolto milioni di profughi. Però l’Europa ha pagato la Turchia per fermarli.
Il dramma dei migranti è stato affrontato con grande senso di responsabilità sia da parte delle autorità sia da parte della popolazione. Il Paese ha fornito ospitalità fino a oltre cinque milioni di persone, tra legali e illegali, più di tutti i profughi e i rifugiati presenti in Europa, se si escludono i temporanei profughi dall’Ucraina. Nonostante la precarietà dell’economia turca e pur imponendo molte limitazioni nella libertà, la nazione ha offerto accesso al sistema sanitario e scolastico a milioni di persone. Una straordinaria accoglienza che ha pure visto l’integrazione di molti siriani. Ma negli ultimi anni l’opinione pubblica e il governo hanno assunto atteggiamenti di avversione, rendendo sempre più difficile la vita dei migranti e applicando politiche di espulsioni e limitazioni, che vanno di pari passo con il clima di xenofobia e chiusura nei Paesi occidentali che costituivano il miraggio e la speranza di questi disperati senza patria e senza futuro.
Un vescovo italiano in Turchia. Come un Paese musulmano “provoca” la sua fede?
Sono in Turchia da quasi quindici anni e amo molto questo popolo con i suoi valori e le sue contraddizioni. Vi sono giunto da prete diocesano fidei donum nel desiderio di dare risposta ad una “vocazione nella vocazione” che avvertii a Tarso, la patria di Paolo. I miei studi biblici mi avevano preparato ad amare questa terra. Credo che nella vita di ogni consacrato a un certo punto sorga nell’animo una domanda lacerante, che ti toglie il sonno e ti schioda dalla mediocrità e da ogni scelta accomodatizia: «Il Signore è contento di me?». Questa domanda mi spinse a lasciare gli impegni del mio ministero sacerdotale e dell’insegnamento in Italia per venire qui con l’unico desiderio di compiacere il Signore. Sapere di essere nel cuore di Dio restituisce la pace anche in mezzo alle difficoltà. Sapere di essere al posto che Dio ti ha dato estirpa dal tuo cuore il veleno dell’insoddisfazione e dello scoraggiamento. E andiamo avanti ogni giorno a forza di miracoli e di grazia di Dio.
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