Il Papa sui passi di Agostino: «Dio è straziato dalle guerre e non sta con i prepotenti»
di Giacomo Gambassi, inviato ad Annaba
In Algeria la tappa ad Annaba, nell’antica Ippona, dove il dottore della Chiesa è stato vescovo. Una giornata familiare per Leone XIV nella terra del “suo” santo. Fra i resti romani pianta l’ulivo per la pace. L’appello a cristiani e musulmani a «vivere insieme nella fraternità». Nella Messa l’invito: è possibile un futuro di giustizia e di pace anche in mezzo a insidie e tribolazioni

La stretta di mano è calorosa. Salah Bouchemel sorride come anche il Papa che ha davanti a sé. Gli ha appena parlato in arabo, raccontando di essere un algerino musulmano che vive in mezzo ai cristiani. Ospite della casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei poveri, congregazione che in tutto il mondo è accanto alla terza età. «Ogni giorno viviamo insieme – spiega a Leone XIV -. Qui ognuno è libero di praticare la propria religione, che sia l’islam o il cristianesimo. Questa differenza non ci separa ma ci aiuta a vivere nel rispetto e nella pace». Parla con il Pontefice ad Annaba, l’antica Ippona, città che lega il suo nome ad Agostino che qui è stato vescovo. Leone XIV la visita nella sua seconda giornata in Algeria, all’interno del viaggio di undici giorni in Africa che è cominciato lunedì e che lo porterà in quattro Paesi del continente. Un’ora di volo da Algeri ad Annaba per visitare i luoghi del santo di cui il Papa è «figlio», come ha detto nel giorno della sua elezione, quasi un anno fa. Ma anche per abbracciare i più fragili. E continuare a lanciare il suo messaggio di riconciliazione fra i popoli in cui il dialogo fra le fedi gioca un ruolo cruciale. «Penso che il Signore, dal cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza», afferma davanti agli anziani. Sì, aggiunge, «perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno». E, prima del congedo da Annaba, terrà a far sapere che «l’attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio». Poi avvertirà: «Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione».

Ancora una giornata sotto la pioggia per il Pontefice. Anche nel sito archeologico dove entra al mattino. “Tour” tagliato per la bufera che lo accoglie. Avrebbe dovuto essere un momento intimo sui passi del santo che scandisce il suo pontificato. E il Papa doveva camminare fra le pietre calcate da Agostino che dal 396 al 430, anno della morte, ha svolto il suo ministero episcopale nella città-porto fondata dai Fenici sulla costa nord-orientale dell’Algeria, non distante dal confine con la Tunisia. Ma si limita a un gesto sotto i tendoni: con il volto emozionato e commosso, depone una corona di fiori vicino ai resti della “Basilica Pacis” in cui il futuro dottore della Chiesa battezzava; prega in silenzio fra le vestigia della città romana; e pianta con gli scout un ulivo che richiama sia la pace, sia le radici dell’autore delle “Confessioni”.

È blindata Annaba mentre dà il benvenuto al primo Papa che la visita (e visita l’Algeria). Papa agostiniano che si ferma anche nella casa della comunità agostiniana formata da tre consacrati africani dove incontra la sua “famiglia” religiosa per un confronto a porta chiuse, come era solito fare anche papa Francesco con i confratelli gesuiti durante i suoi viaggi internazionali. Robert Prevost era stato in città «già due volte, nel 2001 e nel 2013», aveva detto in apertura del viaggio. E avevo aggiunto: «Adesso sono grato alla Provvidenza divina perché, secondo il suo misterioso disegno, ha disposto che vi tornassi come successore di Pietro. Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli». Lo testimonia anche la Basilica di Sant’Agostino dove Leone XIV presiede la Messa nel pomeriggio. Sorta a cavallo fra Ottocento e Novecento sul promontorio della città e rinaugurata nel 2013 dopo un imponente restauro, a cui aveva contribuito anche Benedetto XVI con una donazione personale, è crocevia di incontro fra le fedi. «Qui lei trova fratelli e sorelle cristiani e musulmani ispirati o incuriositi dalla figura, dalla vita o dagli scritti di Agostino – dice al Papa il vescovo di Constantine, Michel Guillaud –. E sono felici di accoglierla come compagno di cammino e come guida spirituale che si prende cura di tutti». A conferma di quanto aveva evidenziato il Pontefice nel volo da Roma ad Algeri quando aveva definito il “suo” santo un «ponte» fra le genti.

«Prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione», spiega durante la celebrazione, raccontando la «rinascita» di Agostino «provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica». E ribadisce che «davvero la nostra vita può ricominciare da capo», anche quando «ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace e di salvezza» in mezzo a «problemi, insidie e tribolazioni». Ancora una volta il Papa invita a non essere «sfiduciati». Perché il Signore «desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita che inizia con la fede». E la Chiesa è «grembo accogliente per tutti i popoli della terra» che è tenuta a far sì che «dove c’è disperanza accenda speranza, dove c’è miseria porti dignità, dove c’è conflitto porti riconciliazione». Missione che riassume le urgenze care a Leone XIV, al centro anche del viaggio in Africa. Del resto, chiarisce, «soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione i cristiani hanno come codice fondamentale la carità». Ai pastori ricorda che il «primo compito» è «dare testimonianza di Dio al mondo, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso». E alla comunità ecclesiale affida la sfida della «concordia» perché la Chiesa «non si basa su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede». E anche «ogni riforma ecclesiale» deve iniziare «dal cuore».
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