L'Europa vada in soccorso dell'Iran (nel segno di Kant)

Il nostro compito è sostenere la popolazione oppressa senza cedere alla logica della forza, ma rilanciando diplomazia, sanzioni, valori democratici coerenti
April 15, 2026
L'Europa vada in soccorso dell'Iran (nel segno di Kant)
In una via di Teheran le immagini dell'ayatollah Ali Khamenei, a destra, e di suo figlio e successore, Mojtaba Khamenei
Non sappiamo se abbia ragione il professor Pejman Abdolmohammadi, docente dell’Università di Trento e studioso di origine iraniana molto ascoltato dai nostri organi di informazione, quando afferma che il 90% della popolazione iraniana è schierata contro il regime sanguinario degli ayatollah. Sarebbe davvero una magnifica notizia. Certamente non sono condivisibili, le parole del professore iraniano, quando dice che l’Unione Europea ha la grave responsabilità di non aver appoggiato la guerra statunitense e israeliana contro l’Iran, essendosi limitata a richiamare (“ipocritamente”, dice lo studioso) il rispetto del diritto internazionale. Ora, è verissimo che il richiamo del diritto internazionale da parte dell’Unione Europea è stato ultimamente piuttosto miope, o strabico, certamente parziale, dal momento che è stato del tutto assente, ad esempio, nei confronti del più clamoroso, violento, inaccettabile uso della forza in spregio al diritto che si sta compiendo in Medio Oriente da parte di una nazione come quella israeliana. Ma questo non può essere un argomento per mettere del tutto da parte il diritto internazionale, che invece deve ritornare ad avere la centralità che gli spetta, in un contesto, come quello attuale in cui, secondo le parole pronunciate dal cardinale Pietro Parolin in una recente intervista, «la soluzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento».
Proprio quando alcuni vogliono imporre il diritto della forza occorre fare di tutto per ristabilire la forza del diritto. Ha fatto quindi benissimo l’Unione Europea ad appigliarsi a esso (non senza qualche titubanza, peraltro) nel caso dell’Iran. Piuttosto, bisogna essere consapevoli del fatto che rimane principalmente a noi europei il compito di prendere sul serio i bisogni, il dolore, il pianto del popolo iraniano, stretto tra la violenza interna del regime che lo opprime e la violenza esterna di chi, non solo non ha alcuna vera intenzione di liberarlo, ma pretende di agire impunemente causando ulteriori sofferenze e rinnovati dolori. Nel cercare (e si spera, trovare) i modi e le vie affinché il popolo iraniano non si senta abbandonato ancora una volta, l’Europa può mettere alla prova il suo attaccamento ai valori sui quali dice di fondarsi e che proclama costantemente di voler difendere (ad esempio attraverso il riarmo, e talora persino attraverso la guerra). A chi ispirarsi, in questa opera di pace, se non ad un autore come Immanuel Kant, che appartiene all’anima profonda dell’Europa federale, come ripeteva il recentemente scomparso Jürgen Habermas?
Nell’intervista poc’anzi richiamata, il cardinale Parolin ricordava le parole con cui Kant, nella Pace perpetua, affermava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti». Nello stesso scritto del 1795 — opera spesso tacciata di utopismo, mentre è invece fin troppo ricca di indicazioni pratiche immediate —, il grande filosofo scriveva anche che il primo modo per preservare la pace consiste nel far sì che le costituzioni interne degli stati siano «repubblicane» (oggi noi diremmo «democratiche e costituzionali»). La ratio di questo argomento è presto detta: se è il popolo a decidere sulla guerra, possiamo sperare che esso «ci pensi a lungo, prima di iniziare un così cattivo gioco», dal momento che è esso stesso a pagare tutte le conseguenze della guerra (uno spunto ripreso anche da papa Leone nell’Angelus del 26 dicembre scorso).
Richiamare questo argomento nel contesto attuale rischia di farlo apparire del tutto inconsistente, dal momento che sono proprio due democrazie — quelle che si considerano e vengono considerate la “più grande democrazia del mondo” e l’“unica democrazia del Medio Oriente” — a essere le principali protagoniste, insieme ad alcune autocrazie come la Russia, della furia bellicista di questi ultimi tempi. Ma l’argomento kantiano è invece imprescindibile e va urgentemente ritrovato e valorizzato. Sia sul piano interno, perché ci invita a “curare” la democrazia, come via privilegiata per custodire la pace (e noi abbiamo un baluardo di questo progetto democratico e pacifista nell’art. 11 della nostra Costituzione); e le vicende di Usa e Israele dimostrano che quando si sceglie la guerra la democrazia arretra ineluttabilmente. Sia sul piano esterno, perché ci spinge a lavorare per fa sì che la democrazia avanzi là dove invece non si è ancora affermata. Lavorare democraticamente per la democrazia, va da sé, e quindi non mediante le bombe.

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