Dai campi di guerra al jazz: come la tromba è diventata voce dell’anima
L’evoluzione di uno strumento che nella storia ha sempre accompagnato gli esseri umani nei combattimenti, fino a quando durante la Guerra Civile americana dei neri raccolsero le trombe dai campi di battaglia e presero a suonarle

Nel canto XVIII dell’Iliade Patroclo è stato appena ucciso. Antiloco «dai piedi veloci» ne porta la notizia ad Achille, il quale all’inizio del poema ha abbandonato l’esercito acheo in preda all’ira, ritenendosi offeso da Agamennone, e ora siede inerte «davanti alle navi dalle alte prore». Alla notizia, l’eroe si dispera, piange e si strappa i capelli; poi si dichiara pronto per tornare alla lotta. La madre Teti gli chiede di attendere fino al giorno dopo: le sue armi, che erano state indossate dall’amico fraterno, sono ora in possesso di Ettore e lei l’indomani gliene porterà di nuove, fabbricate apposta per lui da Efesto. Anche senz’armi, però, Achille si mostra ai Troiani e urla, il che basta per spaventarli. Dice Omero: «Come chiaro risuona lo squillo di una tromba il giorno in cui i nemici, distruttori di vite, assediano una città, così chiaro risuonò il grido del discendente di Eaco». Tremila anni fa, la tromba era già oggetto di uso abbastanza comune (ne troviamo esemplari nella tomba di Tutankhamon) per essere usata da un cantore in una similitudine, ed era strettamente associata alla guerra e alla distruzione. In epoca non lontana dagli eventi narrati nell’Iliade (la cronologia è incerta), l’associazione è confermata nel libro di Giosuè: all’assedio di Gerico, Dio promette al condottiero ebraico che la città cadrà quando i sacerdoti avranno suonato ripetutamente le trombe. Il che accade, e ne segue un massacro: «Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino». Sono i testi fondanti della nostra civiltà, e la tromba ce ne ricorda, da una parte e dall’altra, il destino sanguinario. Che avrebbe continuato a ricordarci con il suo impiego su tutti i campi di battaglia: nelle varie tappe dell’arrogante imperialismo romano, nello scontro di civiltà delle Crociate, nelle carneficine napoleoniche.
Tra il 1861 e il 1865, dopo aver in buona parte annientato i nativi e aver assoggettato a un’insana, atroce schiavitù milioni di africani, i bianchi d’America procedettero a massacrarsi fra loro. Stime recenti parlano di settecentocinquantamila morti durante la Guerra Civile, con una punta di oltre cinquantamila alla sola Gettysburg. Un’infinità di cadaveri, ma anche molte trombe lasciate sul terreno da chi era caduto incitando a combattere. Fu allora che neri, nel cui nome si era condotto quel conflitto tra un’economia industriale e un’altra agricola, le raccolsero e presero a suonarle, rinverdendo una suggestiva tradizione. All’inizio del Cinquecento un trombettiere nero di nome John Blanke lavorava infatti alla corte inglese, pagato bene, e fu raffigurato nel 1511 sul Westminster Tournament Roll: una pergamena dipinta lunga venti metri che celebrò la nascita del primo figlio di Enrico VIII. E il nero caraibico James Goodwin aveva suonato lo stesso strumento alla battaglia di Waterloo, per l’esercito di Wellington (ancora guerre!). Ma il suono che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, i neri furono in grado di estrarne non aveva nulla di marziale, né ricordava la magnificenza che la tromba esalta in Bach o Haydn. Ci fu Dizzy Gillespie, padre fondatore del bebop, con le sue improvvisazioni da virtuoso e le sue complesse strutture armoniche. Ci fu Miles Davis, autore di languide e desolanti ballate in cui il silenzio è tanto importante quanto il suono ed entrambi esprimono più di ogni altra cosa uno stato d’animo. E ci fu, soprattutto, Louis Armstrong, che del suo timbro fervido e intenso (combinato con una voce roca ma anche affascinante e piena di sfumature) fece un vero inno di gioia e di vitalità inarrestabile. Di vita, non di morte; di gioia, non di lamento funebre. Siamo al Django, uno dei templi del jazz di New York, fra SoHo e TriBeCa. La gestione (bianca) del locale ha ammassato tavolini a brevissima distanza per spremere il più dollari possibile da clienti che spenderanno il loro tempo, perlopiù, impegnati in una cena mediocre. Ma non ho tempo per queste miserie. C’è un musicista nero sul palco, e l’elegia raccontata dalla sua tromba m’incanta e mi fa riflettere. Venti di guerra soffiano, più feroci del solito, in Europa e in Medio Oriente (ma anche, non alla ribalta e dimenticati dai media, in Africa e altrove). Le trombe non li accompagnano più; missili e bombe fanno altri rumori. Nel contemplare questo contrasto, mi sorprende un’immagine: neri che raccolgono trombe dal teatro di una strage, le portano alle labbra, ne emettono suoni che trascendono quella strage, che intessono storie ed emozioni, che parlano una lingua di condivisione e di riscatto.
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