La via spagnola sulle migrazioni dovrebbe interrogarci

Madrid regolarizzerà 500mila persone migranti, le stesse che vivono (e lavorano) in Italia tra irregolarità e accoglienza. Intanto, noi ci dividiamo sulla remigrazione
April 15, 2026
La via spagnola sulle migrazioni dovrebbe interrogarci
Migranti sbarcati al porto di Granada nel 2016 / EPA
Ci sono scelte europee che, più di altre, interrogano l’Italia. Quella del governo spagnolo, che ieri ha approvato la regolarizzazione di mezzo milione di migranti senza permesso di soggiorno, è una di queste. Non solo perché sembra andare in direzione opposta rispetto a Bruxelles, che a giugno approverà il nuovo Patto su migrazione e asilo irrigidendo la gestione dei rimpatri e accelerando l’esternalizzazione delle frontiere. Né soltanto perché arriva sull’onda del sostegno popolare, a vent’anni dall’ultima sanatoria, con il supporto di oltre mille associazioni della società civile e della Chiesa spagnola. Ma soprattutto perché la soluzione spagnola tenta di rispondere a problemi che sono del tutto simili ai nostri.
Mezzo milione, in effetti, è anche il fabbisogno di lavoratori stranieri che il governo italiano stima per i prossimi tre anni e che invita a entrare nel Paese con i vari decreti flussi. Un record, in effetti. E ancora: circa 500mila sono le persone che oggi vivono nel nostro Paese tra irregolarità e accoglienza: 339mila senza permesso, secondo Ismu, e oltre 140mila nel sistema, secondo Migrantes. Eppure, negli stessi giorni in cui le questure spagnole si preparano a smaltire le prime domande di regolarizzazione, l’Italia si divide sul raduno dei Patrioti europei che sabato a Milano parleranno di remigrazione. Con l’idea che una soluzione percorribile possa essere il rimpatrio degli stranieri, anche quelli (incensurati) che vivono e lavorano da anni nel Paese: gli stessi, cioè, che in Spagna otterranno presto il permesso.
A dire il vero, la remigrazione non è la risposta prevalente del popolo italiano né – pare – un’idea sostenuta da tutta la maggioranza. Forza Italia, ad esempio, ha annunciato che porterà in piazza «le seconde generazioni pienamente integrate» per raccontare «un’altra Italia». Resta però una reazione, condivisa almeno dalla Lega nel Governo, che fa leva sulla paura di non essere più «padroni a casa nostra» (questo lo slogan della manifestazione). Quando invece i numeri – gli stessi che accomunano Spagna e Italia – raccontano un Paese che si tiene in equilibrio proprio grazie ai migranti. Il motivo è semplice e persino utilitaristico: in Paesi che invecchiano, le persone di origine straniera assicurano manodopera e soluzioni rapide, per quanto tampone, alla denatalità. E l’Italia non fa eccezione. Se, dopo 12 anni di declino costante, a fine marzo l’Istat ha registrato per la prima volta la non diminuzione della popolazione, è tutto merito della popolazione straniera: in aumento di 188mila individui, a fronte di un calo di 189mila italiani. Una dinamica che spiega anche la scelta di Pedro Sánchez, che parla di regolarizzazione «necessaria». Per ragioni economiche, certo, ma dietro le quali sta una grande questione di equità: «È giusto accogliere chi ha contribuito a costruire la nostra società», sintetizza il primo ministro spagnolo. E anche su questo la scelta spagnola dovrebbe interrogarci.
Resta da vedere se la misura produrrà i risultati attesi. L’esperienza italiana della sanatoria del 2020 – con un quarto delle pratiche che erano aperte a quattro anni dall’avvio delle procedure – invita alla prudenza. Ma una direzione è chiara: continuare a puntare solo su rimpatri ed esternalizzazioni appare, nei numeri e nei fatti, una strada sempre meno sostenibile.

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