Trump e Israele, cosa dice la doppia svolta di Giorgia Meloni

Se la politica estera è anche questione di credibilità, allora il punto non è solo cosa si decide, ma quando. L’improvvisa fermezza di oggi si scontra con la lunga reticenza di ieri
April 15, 2026
Trump e Israele, cosa dice la doppia svolta di Giorgia Meloni
Quando il sovranismo si confonde col nazionalismo estremo, per di più in personalità “estreme” e ormai fuori controllo come Trump e Netanyahu, il cocktail diventa troppo indigesto. Una giornata iper-convulsa terremota il quadro della politica estera italiana. Nulla sarà più come prima per Giorgia Meloni, “scaricata” dal suo ex idolo della Casa Bianca, costretta a certificare il fallimento di una linea politica e a scontare sulla propria pelle un paradosso colossale: l’arrivo a Washington del nuovo “sceriffo” campione mondiale dei sovranisti, il teorico del Maga per “rifare grande” l’America, l’uomo che anche lei voleva insignire del Nobel per la pace, si è tradotto alla lunga nel peggiore dei guai per la leader dei sovranisti europei, obbligata a convivere, suo malgrado, con l’incubo di una “Italia last” e non “first”, zavorrata da fenomeni esogeni come un costo dell’energia che si sta impennando, fonti che cominciano a scarseggiare e un’inflazione in risalita che erode salari già scarni da decenni. Un quadro durissimo sul piano interno per la leader di FdI che, per sperare ancora in un bis nel 2027 e fuggire la prospettiva di ritrovarsi fuori dai giochi come il suo alleato storico in Europa, l’ungherese Orban, si deve ritagliare ora un suo sovranismo “su misura”, per smarcarsi da una sudditanza priva di prospettive.
Davanti a questo cumulo di macerie politiche prodotto dalla “Furia epica” di Trump e dal “Ruggito del leone” del premier israeliano, la volitiva Meloni è costretta a darsi quel coraggio che finora non aveva mostrato. E così in una manciata di ore, dopo essere stata quasi trascinata a criticare per la prima volta “The Donald” sullo schizofrenico attacco a papa Leone, ha dato pure il primo, vero segnale politico ai militaristi di Tel Aviv. Un uno-due forse tardivo, da tempo chiesto da molti, che è sempre meglio di un nulla di fatto e che si presta a una doppia lettura. In positivo, infatti, la presidente del Consiglio incassa interamente il dividendo di una solidarietà forse inaspettata in Italia, proponendosi anche come potenziale leader di un ritrovato orgoglio europeo e chiudendo un’alleanza dove finora i vantaggi erano stati poco (qualcosa sui dazi) o nulla. In tal senso, cioè, potrebbe spendere la cedola del ritrovato coraggio e uscire dall’impasse del dopo-referendum.
Il rovescio della medaglia ci dice, però, che la premier si ritrova a vivere queste decisioni non come una libera scelta politica, bensì come una costrizione ineludibile in presenza di una situazione non più tollerabile. Rispetto agli Usa che, anziché portare pace con la nuova amministrazione come sperato all’inizio, si sono incaponiti in una guerra all’Iran senza una strategia d’uscita. Già troppe cose Meloni aveva perdonato a Trump (prima di riscattarsi in minima parte col primo no su Sigonella): ha ritenuto «legittimo» il blitz militare per destituire Maduro in Venezuela, ha sorvolato sui brutali omicidi dell’Ice e sulle “sparate” groenlandesi, ha pure accettato di entrare nel Board of Peace sulle rovine ancora fumanti di Gaza. E non più tollerabile anche rispetto a un Israele che ormai attaccava senza più ritegno persino i soldati e mezzi italiani impegnati in missioni di pace, dopo aver già calpestato il diritto internazionale in Palestina, coi coloni in Cisgiordania e persino in Libano.
Ma se la frattura con Trump può essere inquadrata nella instabilità dei rapporti col presidente Usa, non meno clamorosa è la sospensione del memorandum di difesa con Israele. Notizia comunicata a margine della visita al Vinitaly, ma frutto di una valutazione lucida dei rapporti di forza e, soprattutto, degli umori dell’opinione pubblica già attestati dalla vittoria del No al referendum. Per più di due anni, di fronte alla tragedia del popolo palestinese, la linea del governo è stata improntata a una prudenza estrema: nessuna presa di posizione netta, nessuna iniziativa diplomatica significativa capace di distinguersi nel contesto europeo. Una cautela che, anche rispetto a Trump, più che equilibrio è apparsa a molti come un’assenza. Ed è proprio questo che rende la decisione di ieri attutita, se non nel merito, nella sua tempistica. Se la politica estera è anche questione di credibilità, allora il punto non è solo cosa si decide, ma quando. E qui emerge una contraddizione evidente. L’improvvisa fermezza di oggi si scontra con la lunga reticenza di ieri. Una discontinuità che alimenta il sospetto che la scelta non nasca da una maturazione politica, ma da una pressione esterna, mediatica, o più semplicemente elettorale. La sensazione, difficile da ignorare, è che il governo abbia scelto di non scegliere finché il costo del silenzio è rimasto sostenibile. E che oggi, di fronte a un’opinione pubblica più inquieta, dopo le parole spropositate di Trump al Papa, quel costo sia diventato troppo alto e valga la pena di affrontarne altri, che potrebbero aprirsi a livello di “diplomazie sotterranee”. Non una visione, dunque, ma una reazione. Che finisce per dire, secondo molti osservatori, più su ciò che non è stato fatto finora che su quanto si sceglie di fare adesso.

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