Usare la religione per consenso è tema anche per i nostri politici
La presa di distanza della presidente del Consiglio Meloni dal presidente americano è un fatto positivo. Ora i nostri rappresentanti in Parlamento devono chiarire bene che non perseguono trame identitarie legate alla strumentalizzazione della fede per farsi propaganda
La premier Meloni e tutti gli esponenti della destra italiana hanno preso le distanze dall’inaudito attacco rivolto a papa Leone dal presidente Trump. Bene. Sarebbe stato clamoroso se non lo avessero fatto. Ma è legittima una domanda. Hanno preso le distanze dal “modo” inaudito col quale Trump si è espresso oppure dalla sostanza vera delle sue dichiarazioni e dalla loro radice di pensiero?
La domanda non è poi così peregrina e merita un approfondimento. Trump sarà anche psicologicamente instabile, come molti affermano, ma pare perseguire una sua logica. Perché ha attaccato così il primo pontefice americano? Lo ha fatto perché il magistero di Leone (in coerenza con i suoi predecessori) mina alla radice il presupposto di fondo sul quale Trump e la destra mondiale che a lui si ispira, basano il loro progetto e la loro ricerca del consenso popolare. Mi riferisco all’idea che l’istanza “religiosa” (ridotta ad un patto tra “trono e altare” e impoverita di ogni profilo di spessore spirituale) possa essere la trama identitaria attorno alla quale costruire un cemento “post democratico” di cifra difensiva sul piano nazionale - contro i “nemici esterni” e le “stanche” liturgie della democrazia liberale - ed assieme la prospettiva di un assetto internazionale fondato sulla sola potenza militare e tecnologico-finanziaria, in alternativa ai principi del multilateralismo e del diritto internazionale.
La posizione di papa Leone non confligge con quella di Trump solo sul pur essenziale tema dell’uso sistematico della guerra, ma principalmente su quello della concezione stessa della politica e - in fin dei conti - della democrazia. Rivendicare Dio per giustificare la propria politica di potenza, peraltro, associa di fatto Trump ed i suoi sostenitori delle sette “cristiane” americane alle posizioni dei vertici della Chiesa ortodossa russa (che hanno benedetto la guerra contro l’Ucraina in forza della loro idea nazionalista di cristianità); a quelle del fondamentalismo islamico che evoca la lotta contro gli infedeli per giustificare le proprie strategie di potere teocratico; a quelle dell’ultradestra israeliana che rivendica, per motivi anche religiosi, un grande Israele “dal Giordano al Mare”.
Ringraziamo Dio per il fatto che il nostro Papa parla invece del Vangelo; non ha paura dei nuovi potenti; esorta alla pace; richiama tutti all’idea della politica come laico servizio al bene comune e come strumento di liberazione dal giogo della povertà e della prevaricazione. Quanti tra coloro che hanno ruoli politici, anche in Italia, osando sbandierare la propria identità popolare e cristiano sociale, sono consapevoli che lo scandalo non riguarda solo i toni irrispettosi di Trump contro il Papa, ma la sostanza stessa di una idea di società, di mondo e di democrazia? E ne saranno coerentemente conseguenti, anche sul piano della proposta politica?
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