Ma come fa Bessis a dire che la civiltà giudaico-cristiana è solo un mito?

La storica tunisina in un recente pamphlet, la giudica esplicitamente «un’impostura». Ma le sue tesi ignorano interi scaffali di libri di studiosi di ogni genere
April 15, 2026
Ma come fa Bessis a dire che la civiltà giudaico-cristiana è solo un mito?
Un frammento dei Rotoli di Qumran contenente parte del testo di Ezechiele / WikiCommons
Esiste la civiltà ebraico-cristiana? Indubbiamente sì. Dal punto di vista culturale, pensando alle radici dell’Europa, è innegabile che Atene e Gerusalemme costituiscano le basi imprescindibili e che il loro amalgama attraverso il cristianesimo sia anche oggi il patrimonio culturale condiviso dagli europei. E’ vero che l’espressione viene strumentalizzata politicamente? Certamente sì, in America, in Europa e ovunque nel mondo. A partire dalla vexata quaestio della Costituzione europea, il cui testo venne bocciato una ventina d’anni fa a causa delle pressioni laiciste e massoniche, con il rigetto del riferimento alle radici ebraico-cristiane. Il che ha fatto sì che l’Europa rimanesse un progetto incompiuto e ha impedito che prendesse il volo a livello anche politico, restando un’unione fondata più che altro su accordi ed esigenze economiche. Ma la manipolazione è oggi alquanto evidente nell’America di Trump, che in nome della civiltà ebraico-cristiana vuole imporre il proprio dominio sul globo con un approccio radicato in un fondamentalismo che di principio esclude l’altro, che siano le culture diverse o gli immigrati, anche con la violenza. Posizione esecrabile proprio dal punto di vista della visione dell’esistenza che si richiama all’ebraismo e al cristianesimo.
Precisazioni preliminari al vaglio del pamphlet di Sophie Bessis La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, da poco tradotto da Einaudi (pagine 80, euro 12), che espone tesi facilmente confutabili dal punto di vista culturale e solo in parte condivisibili dal punto di vista politico. “Figlia della Grecia e della Bibbia, come voleva la corretta definizione di Emmanuel Levinas, l’Europa ha rivendicato per molto tempo soltanto la prima parte della sua genealogia e ancora oggi continua a rifiutare ogni riferimento agli apporti orientali che hanno tuttavia contribuito a forgiare la sua cultura”: così scrive nelle primissime pagine la storica e giornalista tunisina, già caporedattrice della rivista Jeune Afrique. Affermazione piuttosto sorprendente. Evidentemente non ha letto gli studi di Sergej Averincev, di Rémi Brague, di Julia Kristeva; o degli storici Arnaldo Momigliano e Santo Mazzarino. O, più semplicemente, dato un’occhiata all’enciclica Fides et Ratio di Karol Wojtyla, che già dall’inizio puntualizza, facendo poi numerosi esempi, come “sia in Oriente sia in Occidente è possibile ravvisare un cammino che nel corso dei secoli ha portato l’umanità a incontrarsi progressivamente con la verità e a confrontarsi con essa”.
Bessis parla della “grande sostituzione della grecità e della latinità con la giudaico-cristianità”, affermatasi nei secoli e attribuita, in quanto all’uso originario dell’espressione incriminata, al mondo intellettuale ebraico fra Otto e Novecento: in realtà si trattò di un progressivo e positivo processo di fusione. Salvo poi prendersela in un altro passo col “mito del mattino greco” delle civiltà, ignorando le ricerche sui rapporti fra i greci e le culture orientali, ampiamente descritti e valorizzati dagli studiosi del mondo antico e persino da uno scrittore come Kapuscinski nel suo libro su Erodoto. Senza dimenticare peraltro la peculiarità della civiltà greca, cui si deve la vera nascita della filosofia, dell’arte e della tragedia.
Riferendosi più direttamente alle radici dell’Europa, il tentativo di accomunare la fede di Israele e i tesori di civiltà antiche come l’Egitto e la Mesopotamia con la grande letteratura greca è proprio di un libro importantissimo del pensatore russo Sergej Averincev, dal titolo Atene e Gerusalemme. Il libro affronta differenze e punti di contatto fra Antico Testamento e mondo greco. Se nel periodo della loro rispettiva massima fioritura, i tempi di Isaia e Ezechiele, di Omero e di Sofocle, Atene e Gerusalemme non riuscirono a incontrarsi, giunse a poco a poco il momento della loro interazione. Dopo le conquiste di Alessandro Magno, all’inizio del III secolo a.C., la cultura ebraica cominciò a destare interesse agli occhi dei greci. Il peripatetico Teofrasto scrisse che “i giudei nel loro complesso sono una stirpe di saggi”. E Numenio di Apamea coniò la famosa frase: “Cos’è Platone se non un Mosè che parla greco?”. La posizione dei greci verso la saggezza biblica muta d’accento. L’impresa dei Settanta, la traduzione in greco della Bibbia eseguita verso il 250 a.C., sancirà l’acquisizione da parte greca del millenario tesoro della tradizione giudaica. Atene e Gerusalemme, grazie anche al successivo cristianesimo, si impongono così come i due principii creativi della civiltà, non solo europea.
Da parte sua lo storico Arnaldo Momigliano nel volume Saggezza straniera. L’Ellenismo e le altre culture, esaminando i movimenti sotterranei delle civiltà, identifica le radici culturali dell’Europa nel triangolo Atene-Gerusalemme-Roma: “Fu in clima ellenistico che Latini ed Ebrei appresero la lingua dei Greci, assimilarono le loro idee, misero in discussione il loro sistema di vita: ma la fusione della tradizione dei tre popoli fu opera del cristianesimo”. Anche per il filosofo Rémi Brague, autore del fondamentale saggio Europe, la voie romaine, l’Europa è greca ed ebraica, romana e cristiana. Altro che impostura! Come sottolinea spesso la scrittrice Julia Kristeva, abbiamo anzi bisogno di ritrovare appieno l’eredità ebraico-cristiana, anche per sconfiggere i nuovi fanatismi ideologici e religiosi da una parte e il laicismo che degenera in nichilismo dall’altra.
Sophie Bessis esclude completamente dalla sua analisi il fenomeno della cancel culture, che nelle università e nei college anglosassoni mette alla berlina proprio la cultura greco-romana e quella ebraico-cristiana rifiutando di leggere e insegnare i suoi grandi autori, da Omero a Virgilio fino a Dante, Shakespeare e Mozart. Ove invece ha ragione da vendere è quando sottolinea l’uso improprio dell’espressione “giudaico-cristiano” che il mondo musulmano spesso fa per demonizzare l’intero Occidente. O come quando rimarca le colpe della Chiesa cattolica e dell’intera cristianità per il verificarsi della Shoah, senza però ricordare i mea culpa espressi in più occasioni nel ‘900 e anche di recente da parte dei pontefici e di interi episcopati. E non condividendo il giudizio di Hannah Arendt che ha distinto fra antigiudaismo e antisemitismo. Peraltro cita doverosamente il fiorire di iniziative di amicizia fra ebrei e cristiani o fra ebrei e musulmani. Infine, coglie nel segno quando denuncia il rifiuto dell’altro che pervade spesso oggi la cultura occidentale, un rifiuto che ignora il contributo delle altre culture e religioni alla formazione della civiltà e anzi, in certe frange purtroppo dominanti negli Usa e in Israele e minoritarie in Europa, tende non solo a metterle in disparte ma a sopprimerle.

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