Esodo giuliano: «I rimasti in Slovenia, stranieri a casa loro»

L’antropologa Hrobat, ha svolto una ricerca sui 40mila italiani che non partirono da Istria e Dalmazia sotto Tito. E finirono nel mezzo: fascisti per gli slavi, comunisti per gli esuli
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May 30, 2026
Esodo giuliano: «I rimasti in Slovenia, stranieri a casa loro»
ISTRIA ESODO PROFUGHI ISTRIANI, BAMBINA
Esodo. Il silenzio di chi resta non è un altro libro dedicato agli esuli giuliano-dalmati, partiti da Istria, Fiume e Dalmazia nel secondo dopoguerra quando le truppe vincitrici del maresciallo Tito occuparono le loro terre, ma l’altra faccia della medaglia: la voce finora silente dei “rimasti”, uomini e donne che in quei mesi turbolenti non lasciarono l’Istria insieme al resto della comunità italiana, ma rimasero nella loro terra, diventando di colpo da cittadini a “stranieri in casa loro”. E a raccogliere le loro voci non è una storica, ma un’antropologa slovena, Katja Hrobat Virloget, classe 1976, docente ordinaria e direttrice del dipartimento di Antropologia all’Università del Litorale di Capodistria (Koper, in Slovenia). La differenza la spiega lei, ospite oggi al Festival èStoria di Gorizia, in dialogo con Barbara Sturmar: «La ricerca antropologica non ricostruisce il passato ma come è stato vissuto e percepito, e non da un solo gruppo ma nelle memorie collettive dei diversi gruppi». A èStoria approda così una ricerca durata dieci anni, con l’intervista a 53 persone scelte in Slovenia (la Croazia resta fuori) in quel mosaico complesso che è la società istriana, oggi composta appunto dagli italiani rimasti, dagli slavi autoctoni che allora videro partire i 300mila esuli verso l’Italia e il mondo, ma anche dagli slavi non-istriani, richiamati successivamente dall’interno della Jugoslavia (Bosnia, Macedonia, Serbia…) quando il nuovo regime comunista dovette riempire il vertiginoso vuoto lasciato dalla fuga di massa. Il volume di Hrobat Virloget, uscito prima in sloveno, ha immancabilmente stupito, interessato, a volte scioccato una società che di questi fatti sa poco o niente, ed è andato più volte esaurito. Ora l’attesissima edizione in italiano (Bottega Errante, 25 euro, 318 pag.) è stata accolta con emozione sia dagli italiani rimasti di Slovenia, sia dagli esuli.
 Professoressa Hrobat, nelle sue ricerche si occupa spesso di movimenti di popoli e memoria. Come è nata l’idea di affrontare un tema tanto spinoso e silenziato per 80 anni?  
«Questa ricerca nasce da una lacuna mia personale e collettiva: in quanto slovena, ho sperimentato che dell’esodo dei giuliano-dalmati non sappiamo nulla, mentre in Italia è ormai un tema centrale. Ma la lacuna è reciproca: se da una parte del confine il razzismo contro gli slavi nel Ventennio fascista è pressoché sconosciuto, dall’altra la memoria dell’esodo dei 300mila italiani – e non solo – è stata cancellata. In passato il dibattito si è concentrato solo sulla questione, spesso ideologizzata, del carattere volontario o meno dell’esodo, senza dare spazio alle voci dei protagonisti».
Perché definisce i rimasti “doppiamente esclusi dalla Storia”?  
«Pur non essendosi mai spostati dalla loro terra, in 40mila sono diventati stranieri in casa loro, dentro un contesto sociale improvvisamente mutato sotto i loro occhi. In poco tempo le loro esistenze erano ribaltate, dove prima erano la maggioranza diventavano minoranza, erano costretti a frequentare le scuole in una lingua che non capivano, vedevano partire tutti gli amici, i parenti, i vicini di casa, il negoziante all’angolo, i compagni di scuola. Le città e i paesi si svuotavano e nelle case man mano arrivava gente sconosciuta, con lingue e abitudini diverse… I loro connazionali partiti con l’esodo li disprezzavano in quanto, se erano rimasti, erano “vicini al regime comunista”, ma i nuovi arrivati dalla Jugoslavia li accusavano di essere “italiani quindi fascisti”, non sapevano nulla di questa terra. Di loro in Italia non si è più parlato, anche perché il fatto che non fossero scappati era la dimostrazione scomoda che si sarebbe potuti rimanere, seppure a durissime condizioni… Insomma, il loro punto di vista non si accordava né con quello jugoslavo dominante, né con quello degli esuli, e tantomeno con quello di chi giunse a riempire questi spazi».
 Ha notato un atteggiamento differente tra rimasti ed esuli verso il fascismo? 
«I rimasti hanno una consapevolezza più simile a quella degli sloveni. Le violenze del Ventennio non sono solo i morti o i villaggi bruciati, ma la continua sensazione degli slavi “razza inferiore”, come aveva dichiarato già nel 1920 Mussolini a Pola, rompendo una convivenza da sempre pacifica. Da una parte gli esuli stranamente hanno cancellato questa memoria, dall’altra sloveni e croati hanno incolpato la gente italiana senza distinzioni, con il paradosso che proprio i rimasti socialisti erano chiamati fascisti».
 In Italia, a parte gli estremisti, tutti abbiamo coscienza dei mali del fascismo. Perché in Slovenia e Croazia Tito, nonostante gli orrori perpetrati anche contro gli slavi, è ancora celebrato? 
«La gente sa tutto, conosce le fosse comuni in cui furono uccisi migliaia di slavi oppositori del regime e il terribile gulag di Goli Otok. Ma l’identità collettiva slovena è tuttora fondata sull’antifascismo e Tito rappresenta il simbolo identitario della lotta al nazifascismo, soprattutto in Istria, la regione che nel Ventennio era sotto l’Italia. In realtà in Istria Tito c’entra ben poco con la liberazione, ma è un simbolo etnico così potente che questo prevale su qualsiasi colpa. Non è un caso se nel resto della Slovenia, che non è mai stata sotto l’Italia, c’erano i domobranci alleati dei nazisti, mentre in Istria anche la destra si schierò contro il fascismo, come reazione al razzismo respirato nel Ventennio».
 Le parole hanno un peso. Lei definisce “esuli” gli italiani. Una scelta coraggiosa: ci sono state polemiche nei suoi confronti?
«Da “questa parte” del confine, in Slovenia e Croazia, si era sempre parlato di “optanti”, cioè di persone che hanno “scelto” di partire, per sottolineare che se i 300mila se ne sono andati lo hanno fatto liberamente. Ma dai racconti risulta chiaro che non fu affatto così: è vero che non avevano l’obbligo di andarsene, ma subivano pressioni tali che non restava altra possibilità. Se vivi nella paura e nella vessazione, se temi ogni notte che tornino a picchiare alla tua porta urlando “fascisti, ve ne dovete andare”, sei costretto a fuggire. Lo stesso stigma lo vissero poi i rimasti. Per rispondere alla sua domanda, di diffidenze ne ho incontrate tante: i rimasti erano restii a parlarmi dopo decenni di silenzio e inoltre vedevano in me la slava, la “rappresentante dei carnefici”, come pure gli esuli; e diffidenti erano anche alcuni sloveni: una delle accuse che mi è stata mossa è di non aver raccontato abbastanza il grande dolore subìto dagli slavi durante il fascismo, ma non è così, i misfatti del fascismo sono molto presenti, il problema è che nessuna parte accetta facilmente di vedere il dolore altrui, ognuno è vittima e si concentra solo sulla propria vicenda. Il mio saggio vuole scardinare proprio questo e restituire i diversi punti di vista a livello antropologico. Per la ricostruzione storica invece mi sono affidata alla saggistica sia italiana che slovena, oltre che alle opere di grandi scrittori come Fulvio Tomizza, il croato Milan Rakovac, Nelida Milani (rimasta), Anna Maria Mori (esule)...».
Molte sue storie sono commoventi. C’è la rimasta che, quando vede qualcuno che piange accarezzando un muro, capisce che è un esule tornato a vedere la sua casa e lo consola. Ma c’è anche l’esule respinto da chi oggi abita le sue stanze…
«L’ho vissuto anch’io, ho accompagnato un esule di Capodistria a rivedere la sua casa, lui non voleva e io l’ho convinto, ma la reazione dello sloveno che oggi abita lì è stata così brutta che siamo scappati via. Da antropologa penso che questo derivi dal disagio e dal senso di “colpa” di abitare in una casa che sai non essere tua. Goran Vojnović, scrittore sloveno con madre di Pola, nel romanzo “All’ombra del fico” racconta di suo nonno partigiano, cui è stata attribuita una casa appartenuta a esuli e dentro vi trova gli armadi ancora pieni delle loro vite… Non ce l’ha fatta, se n’è andato».
 
A quando una ricerca del genere anche in Croazia?  
«Dall’università di Zara, in Dalmazia, mi hanno proposto una ricerca analoga ma incentrata solo sulla città e a giugno mi recherò presso la nuova Comunità degli Italiani zaratina. Forse però in Croazia il tema è meno sentito perché il conflitto con gli italiani è minore. E la guerra degli anni ’90 tra Bosnia, Serbia e Croazia si è sovrapposta ai fatti di 80 anni fa».
 
La sua analisi anziché in bianco e nero, come spesso è la narrazione dei fatti avvenuti in Istria, Fiume e Dalmazia, cerca di restituire le mille sfumature di quelle terre. Così però si rischia di scontentare tutti.
«È vero, ma il mio scopo è incoraggiare ognuno a prendere coscienza del dolore altrui, solo così la riconciliazione sarà possibile. Gli sloveni soffrono quando gli italiani non sanno nulla della violenza fascista che li ha mortificati fin dagli anni ’20, mentre gli italiani soffrono quando gli sloveni non comprendono le conseguenze drammatiche dell’esodo o delle foibe. Tra l’altro sotto Tito non hanno sofferto solo gli italiani ma anche tanti slavi che erano oppositori del regime, il comunismo espropriava i beni a tutti i benestanti, anche sloveni. Una delle tante cose che gli italiani non sanno è che tra gli esuli c’è una notevole percentuale di slavi partiti con loro e accolti nei campi profughi, dove erano dichiarati cittadini italiani e avevano accesso all’assistenza. Occorre una riflessione autocritica da tutte le parti in gioco, poiché da 80 anni ognuno di noi è prigioniero del proprio orizzonte e viaggia su binari paralleli che mai si incontrano. Basta con la competizione su chi sia stato più vittima, se sotto il fascismo o sotto il comunismo o con l’esodo, ogni nazione abbia il coraggio di guardare ai lati oscuri del proprio passato e inizi ad ascoltare la verità dell’altro, con empatia. Se no i conflitti irrisolti si ripresentano sempre».
 
 

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