Il monaco buddhista Shionuma: «Così la sofferenza può insegnarci a vivere»

È l’unico uomo dell’era moderna ad aver completato il pellegrinaggio del Sennichi Kaihōgyō, raccontando come possa trasformarsi in uno strumento di consapevolezza e gratitudine
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May 30, 2026
Il monaco buddhista Shionuma: «Così la sofferenza può insegnarci a vivere»
Il monaco buddhista Ryojun Shionuma
Per nove anni, ogni primavera, Ryojun Shionuma ha percorso quasi cinquanta chilometri al giorno tra i sentieri impervi del Monte Omine, nel cuore del Giappone, affrontando gelo, fame, fatica e isolamento. È l’unico uomo dell’era moderna ad aver completato il Sennichi Kaihogyo, leggendario pellegrinaggio ascetico dello Shugendo che, in oltre tredici secoli di storia, pochissimi monaci sono riusciti a portare a termine. Un’esperienza estrema che gli è valsa il soprannome di “Buddha vivente”, ma che lui racconta non come una prova eroica, bensì come percorso per imparare a vivere. Nel libro L’arte di sorridere in salita (Vallardi, pagine 252, euro 18,00), curato da Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Shionuma riflette sul significato della sofferenza, sull’ego, sulla gratitudine e sulla necessità di ritrovare un rapporto autentico con sé stessi e con gli altri. In un tempo che tende a rimuovere il dolore e la fragilità, il suo insegnamento invita a rallentare, accettare i limiti e riscoprire la forza nascosta nelle cose più semplici.
Il Sennichi Kaihogyo è spesso raccontato come un’impresa straordinaria. Lei, invece, quando ripensa a quegli anni, come li racconterebbe?
«Ci sono cose che non sono cambiate né allora né oggi. Alcuni principi sono rimasti immutati nonostante il passare del tempo: per esempio vivere ogni giorno senza desideri e senza bramosia. Un’altra attitudine verso la vita che non è cambiata nel corso degli anni è vivere con umiltà e onestà. Questi principi per me non cambiano mai».
Per nove anni ha percorso gli stessi sentieri, ripetuto gli stessi gesti. Nel suo libro scrive che nella ripetizione si scopre che nessun giorno è uguale a un altro. È questo che le ha dato la forza di andare avanti giorno dopo giorno?
«Pensavo che il domani sarebbe stato migliore di oggi, e viceversa. Era questa la spinta per andare avanti. Nel buddhismo la ricerca spirituale, l’illuminazione, è vista come un cammino continuo; finisce quando finisce la passione della ricerca. Sulla base di queste riflessioni ho pensato di vivere ogni giorno al cento per cento, sia per motivarmi, sia perché credevo che il giorno dopo sarebbe stato migliore».
Lei scrive: «Non intraprendiamo queste pratiche per morire, ma per imparare a vivere». Durante il suo percorso c’è stato un momento, un’esperienza o una consapevolezza che ha dato a questa frase un significato nuovo?
«Nelle pratiche ascetiche è importante sapere che siamo fatti di carne e ossa e che potremmo lasciarci andare, potremmo abituarci troppo facilmente alla comodità. È per questo che i monaci buddhisti si mettono in certe condizioni: per riscoprire il proprio lato umano, arrivare alla riscoperta del proprio io interiore e imparare ad apprezzare la vita. Non si tratta quindi di pratiche per morire, ma per vivere. Per ritrovare il senso della vita e comprendere meglio il proprio ego. Anche la gratitudine per un semplice pugno di riso, o per il fatto stesso di restare in vita, nasce quando ci si sottopone a esperienze estreme. Sono proprio le piccole cose, dentro un’impresa estrema, ad avermi insegnato a vivere. Ed è qualcosa che tutti dovremmo imparare, anche senza affrontare prove del genere».
Nella nostra società si tende spesso a nascondere o allontanare ciò che ci ricorda la fragilità: la sofferenza, la morte, il fallimento, la perdita. Lei invece ha scelto di avvicinarsi a questi confini. Che cosa rischiamo di perdere quando cerchiamo di rimuovere questi concetti dalla nostra vita?
«Facendo così ci allontaniamo dal vero modo di vivere, da una vita autentica. Ci allontaniamo dalla verità e da ciò che siamo realmente. Noi siamo anche il frutto dei nostri fallimenti. La vita non è sempre semplice: bisogna fare tentativi, capire quale sia la strada giusta. Anch’io, in fondo, sono il frutto dei miei fallimenti».
Lei sostiene che l’essere umano è egoista e che il vero lavoro consista nel tenere a bada l’ego. In una società in cui siamo continuamente spinti a costruire e mostrare la nostra immagine, come si può lavorare sulla relazione con l’altro?
«Secondo l’insegnamento buddhista è molto importante governare l’ego, il desiderio e la bramosia. Dobbiamo imparare a controllarli perché, per come siamo fatti noi esseri umani, quando ci sono cose negative o persone che non ci piacciono, tendiamo a focalizzarci solo su quella negatività, senza fare alcun passo per migliorare. Ma vale anche il contrario: ci focalizziamo solo sulle cose belle. Abbiamo sempre la tendenza a fissarci o sul negativo o sul positivo. Manca spesso un atteggiamento distaccato verso le cose e verso le persone. Ma questo distacco non significa essere freddi: significa saper controllare meglio il proprio ego e i propri desideri. È un atteggiamento difficile da mettere in pratica, ma rappresenta il primo passo verso la serenità interiore e verso il mondo, per ottenere aiuto reciproco e arrivare alla pace. Ma non è una passeggiata».
Oggi molte persone attraversano momenti di smarrimento, ansia o senso di inadeguatezza. Da dove pensa si possa ricominciare quando ci si sente disorientati? Nel libro lei scrive che ogni persona, a modo suo, si sta impegnando al massimo. In che modo questo sguardo cambia il nostro rapporto con gli altri?
«Lo sforzo che una persona compie talvolta può sembrare ininfluente per il mondo, ma in realtà ha un impatto molto importante: è come un effetto farfalla. Se tutti facessero anche solo un minimo sforzo, il risultato si vedrebbe. La cosa importante è sempre il rispetto per l’altra persona. Bisogna rispettarne i gusti, le tendenze, i pensieri. In questa maniera si crea armonia tra le persone».
Tutti abbiamo una montagna davanti: una malattia, una perdita, una paura, una solitudine. Qual è il primo passo da fare quando sembra impossibile affrontare quella montagna?
«Il primo passo per affrontare la montagna che possiamo trovarci davanti è non considerare queste negatività – come la perdita o la solitudine – come elementi che ci danneggiano, ma come elementi che possono aiutarci positivamente nella salita. Non bisogna sfuggire a questi eventi che ci sembrano impossibili da superare. Non bisogna negarli. Ma nemmeno fissare lo sguardo soltanto su di essi. Se li affrontiamo considerandoli elementi che possono aiutarci nella salita, con gratitudine, allora compiamo un primo passo importante per usare davvero il nostro cuore».

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