Polla-Mattiot: «Il silenzio è un posto da abitare»
Per la studiosa il tacere non è una fuga dal mondo ma uno strumento per resistere alla violenza del rumore contemporaneo e ritrovare lucidità interiore

Non ci vuole molto a capire che, in questo tempo predato dalla fretta e dal rumore, il silenzio è rivoluzionario. Se non ci fosse stato chiaro, il tempo del Covid ce ne ha dato prova. Ma dire che il tempo è ‘rivoluzione’ è molto di più, perché equivale a capire che il silenzio non ci calma ma ci forgia, non ci acquieta ma ci risorge. Sicuramente, come sostiene Nicoletta Polla-Mattiot, autrice per Einaudi del saggio Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita (pagine 160, euro 15,00), esso è «uno dei beni e dei bisogni più disattesi». Incompresi, tanto quanto chi lo coltiva con pazienza, come le suore di clausura. Ma è proprio qui che risiede l’originalità del pensiero di Polla-Mattiot che lo studia da molto tempo in senso "laico". « Il tempo del silenzio nella religione ha tantissima letteratura ma non sono un’esperta del silenzio nella religione: me ne sono sempre occupata in quanto strumento comunicativo. Sono laureata in lettere antiche e sono sempre stata affascinata dal fatto che i retori classici, soprattutto greci, avessero dedicato pagine e pagine al silenzio. Il professore Adriano Pennacini, mio docente di retorica antica, mi ha introdotto a questa riflessione e gliene sarò per sempre grata».
Questo, certo, nel mondo antico. Ma come può essere il silenzio uno strumento di comunicazione nel mondo moderno?
«La psicoanalisi se n’è occupata in modo estensivo. E’ stato soprattutto grazie al gruppo interdisciplinare di psicoanalisi di Mauro Mancini che abbiamo iniziato a riscoprire il silenzio. Ma la vera sfida per me è iniziata quando abbiamo fondato l’Accademia del Silenzio con Duccio Demetrio, indirizzata ai futuri pedagogisti: l’idea era pensare al silenzio come scuola e percorso di relazione. E ha funzionato anche dentro l’insegnamento universitario che ricopro adesso in IULM (Ecologia del silenzio), soprattutto durante la pandemia. A quell’epoca abbiamo scoperto che il silenzio ci teneva tutti insieme».
Qual è il posto del silenzio nella vita quotidiana di una persona mediamente impegnata?
«Quando insegno in università chiedo ai miei studenti, a lezione, di portarsi un taccuino. E chiedo loro: dove mettete il silenzio? In quale parte del corpo? Orecchi, cuore? Spero sempre che ciascuno lo tenga annidato da qualche parte. Diciamo che mi piace pensare che il silenzio possa essere un posto da abitare. In fondo, è lo spazio a cui si dovrebbe saper fare spazio. Lo penso come una sequenza di piccole bolle, dove puoi accomodarti senza paura».
Dunque, il silenzio è un momento singolo e che ci isola, ci separa dagli altri oppure possiamo articolarlo e variarlo in strutture più complesse che prevedono una comunicazione?
«Il silenzio dovrebbe essere relazionale, prima di tutto. Esso è il luogo dove puoi ascoltare e trasmettere qualcosa. Non sempre ci pensiamo ma, a guardar bene, sono le parole a diventare muri e maschere: esse sono strumento di difesa oppure di offesa. Invece, il silenzio riporta la parola alla sua funzione originaria. Più deserto si fa intorno alla parola, più essa è trasparente, chiara. Dunque, al silenzio fisico corrisponde una chiarità interiore».
Come facciamo a far silenzio nelle metropoli, però?
«Il suono nelle metropoli è un non luogo, come diceva l’antropologo Marc Augé. E così anche il silenzio è transito e attesa. Nei non luoghi come le città, poco importa se siamo avvolti nel rumore oppure no. Ciò che importa è l’attesa di qualcosa che si ripete e che si può sempre espandere, se hai il coraggio di restare. Io sono per dilatare il durante».
Nel suo libro, lei incontra lo scienziato Steven Orfield di Minneapolis che ha studiato fisicamente il suono del silenzio e ha creato ‘la più stupefacente camera anecoica’ al mondo. C’è una componente scientifica oggettiva del silenzio e una tensione a riprendercelo negli ambienti dove viviamo?
«Certo. E’ vero che viviamo nella società del rumore ma intorno al silenzio si è creato molto più interesse e sensibilità. Oggi esistono comunità che vivono serenamente senza inquinamento acustico: luoghi dove i vecchi sentono bene e non sono funestati da improvvisi abbassamenti dell’udito o da fastidiosi disturbi come gli acufeni. A poco a poco, anche i tribunali si sono riempiti delle prime denunce anti-rumore. Ma più che il rumore fisico ciò che mi fa più paura è il rumore mentale. Non abbiamo mai requie, non stacchiamo mai, non facciamo mai una pausa. Replichiamo ciò che orecchiamo. Non ci fermiamo a pensare. Se non abbiamo spazio per fermarci a pensare otterremo reazioni istintive e violente. Pensi ai talk show: se un ospite si ferma a riflettere due secondi, per lui è già tardi e viene sovrastato dal conduttore o dal suo oppositore».
In base a queste riflessioni il silenzio è positivo. Ma esiste un silenzio negativo?
«Certo. Il silenzio è un diritto umanitario ma può anche essere uno strumento di violenza. Esistono le sonar bombs in guerra, oppure la musica metal sparata nelle orecchie dei carcerati ai decibel più alti come forma di tortura. Ma ci sono anche le bocche cucite nei regimi dittatoriali e sono violente tanto quanto le bombe sonore».
Qual è il silenzio più ricco di comunicazione, più pregnante, più intenso che lei abbia mai visto o ascoltato?
«Quello di chi si ama perché la quantità di silenzio che puoi condividere con una persona è solo pari al grado di intimità che hai con essa. Pensate alla famosa performance dell’artista Marina Abramovic con l’ex compagno, Ulay: è stata la più intensa e la più difficile del progetto dell’artista che si intitolava Un minuto di silenzio. Quella performance è la prova provata che il silenzio è rivoluzione perché dà voce a qualcosa che non c’è ma che si avvicina al senso profondo dell’esistenza. Ne basta anche poco, un minuto al giorno, per fare ogni giorno un grande passo rivoluzionario».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





