«Le sere di Giovanni con i senzatetto. Ora nascerà un villaggio in suo nome»
di Chiara Pazzaglia, Bologna
Il padre di Tamburi, il 16enne morto a Crans-Montana, racconta la scoperta casuale dell’impegno del figlio: «Diceva di uscire con gli amici, ma spesso era dai clochard. Uno di loro lo ha descritto come un angelo»

Fin da piccolo Giovanni Tamburi aveva qualcosa che colpiva: un modo di ascoltare e accogliere gli altri che lasciava il segno. Chi lo ha conosciuto lo ricorda così, con quella luce discreta che portava nelle relazioni, nei gesti quotidiani, nel suo modo di essere presente. La sua morte, nella notte di Capodanno a Crans-Montana, ha lasciato un vuoto enorme, ma ha fatto emergere con maggiore chiarezza ciò che molti avevano già intuito: Giovanni era un ragazzo di una sensibilità e di una maturità fuori dal comune per i suoi 16 anni.
Il padre, Giuseppe, lo descrive come un ragazzo pieno di vita, brillante, amato da tutti. «Giovanni era straordinario. Aveva bei voti, era apprezzato dalle ragazze, era ben voluto da tutti. Era una luce. Mi facevano tutti i complimenti per lui. Sembrava che potesse essere quello che io non ho potuto essere da giovane: mi batteva in tutto». Tra padre e figlio c’era un legame strettissimo: «Vivevamo in simbiosi. Era sempre stato con me».
Solo dopo la tragedia, però, la famiglia ha scoperto un tratto che Giovanni aveva custodito con pudore. «Si è venuto a scoprire che, quando mi diceva che andava fuori in moto, a fare un giro con gli amici, non sempre andava a divertirsi e a fare cose da ragazzi: andava, invece, a far compagnia ad alcuni senzatetto della città. Portava loro da mangiare, dei vestiti. Andava dagli ultimi tra gli ultimi, quelli che si trovavano alla parrocchia dell’Annunziata, che poi si sono spostati». Questo luogo di Bologna è oggi agli onori delle cronache locali perché rifugio di un nutrito gruppo di clochard, oggetto di dispute tra chi, in città, vorrebbe allontanarli per motivi di pubblico decoro e sicurezza urbana e chi invoca pietas e tolleranza. Il gesto nascosto di Giovanni raggiungeva proprio questi ultimissimi: «Per questo, per ricordarlo, farò qualcosa in favore di questi homeless. È quello che lui avrebbe voluto».
Da questa sollecitazione del padre è nata l’idea di trasformare l’area di via Terracini in un piccolo villaggio di casette leggere per persone senza dimora. «Ci sono vincoli diversi vincoli burocratici», spiega il padre, «ma desidero aiutare il Comune a realizzare questa idea, penso che in 7-8 mesi ce la faremo». A Bologna quello dei senza dimora è un tema bollente e attualissimo. Il Comune, dunque, per voce dell’Assessora al Welfare Matilde Madrid ha subito appoggiato la proposta: «la volontà del signor Tamburi, nata da una vicenda così dolorosa, è un atto di grande generosità che parla alla città intera e richiama tutti noi al valore della cura verso chi è più fragile. Come Amministrazione lo abbiamo accolto con rispetto, gratitudine e senso di responsabilità e siamo al lavoro in questa fase su valutazioni preliminari rispetto a vincoli urbanistici, sulla possibile localizzazione e sulla sua sostenibilità. Proprio per questo, ogni scelta dovrà essere costruita con attenzione e responsabilità condivisa, anche con i cittadini. L’obiettivo è dare forma a un intervento che sia davvero capace di rafforzare le risposte e generare inclusione. Lavorando, passo dopo passo, con tutti i soggetti coinvolti».

Il villaggio di via Terracini, quando vedrà la luce, sarà questo: un luogo dove la luce di Giovanni, che tutti hanno descritto, potrà continuare a brillare per molti. La famiglia ha scoperto di questa attitudine di Giovanni per un’incredibile coincidenza: «Un’amica, in centro a Bologna, ha avuto un moto di commozione nel raccontare della tragedia che ha colpito Giovanni ad alcune persone. Un senzatetto l’ha sentita e le ha detto di condividere questa disperazione. La signora si è stupita e lui gli ha raccontato quello che mio figlio aveva fatto per lui e per altri, definendolo un angelo. È stata una sorpresa anche per noi» racconta il padre.
Anche mons. Stefano Ottani, già vicario episcopale della diocesi di Bologna e parroco della comunità che Giovanni frequentava da bambino, conserva un ricordo limpido della sua presenza. «La mamma sta vivendo con grande dolore e grande fede questo momento», racconta. «Il dialogo con lei è stato occasione per far rivivere i ricordi della presenza di Giovanni al catechismo parrocchiale. Parlandone con le catechiste abbiamo ricordato la sua attenzione e sensibilità, che davvero spiccava anche in mezzo al gruppo».
In parrocchia hanno ritrovato anche una fotografia di Giovanni, con l’alba bianca, mentre serve all’altare. «Il suo volto era luminosissimo, sprizzava gioia ed entusiasmo», dice mons. Ottani. «Aveva frequentato assiduamente il catechismo e la parrocchia, accompagnato spesso dalla nonna, molto attenta a questi aspetti». Quello che emerge è il ritratto di un ragazzo molto maturo, capace di ascoltare, di accogliere, di mettere a suo agio chiunque. La sua era una spiritualità concreta, incarnata nei gesti nascosti verso gli ultimi. Una santità feriale, potremmo dire, che non ha bisogno di grandi parole. E che ora continuerà attraverso un’opera che porterà il suo nome e il suo stile: discreta, accogliente, rivolta a chi non ha voce.
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