Il Papa in Camerun: «C’è fame di pace. E di quel cibo rubato da chi si ingozza»
di Giacomo Gambassi, inviato a Douala (Camerun)
Leone XIV si sposta a Douala, capitale economica del Paese ma anche specchio delle disparità sociali con le sue bidonville. Nella Messa il monito: «C’è pane per tutti se non viene preso con una mano che afferra. È tempo di condivisione». La Chiesa? «Il Vangelo chiede di tracciare segni di giustizia». I giovani «rifiutino soprusi e violenze»

Davanti a sé Leone XIV ha oltre 120mila persone: il popolo del Camerun e di quell’Africa «saccheggiata», come l’aveva definita il giorno prima. «Che fate per tutta questa gente?», scandisce il Papa, ripetendo la domanda di Cristo ai discepoli nel brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci. È il Vangelo proclamato nella Messa a Douala, capitale economica e commerciale del Paese. Metropoli di quattro milioni di abitanti, affacciata sull’oceano, a un’ora di volo da Yaoundé, che il Pontefice visita nel suo viaggio apostolico fra quattro nazioni del continente. In auto Leone XIV percorre l’arteria che taglia le bidonville della città, specchio delle disparità sociali che attanagliano l’Africa. Passa fra le baracche di legno e le famiglie che vivono sulla terra brulla. Poi arriva di fronte “Japoma Stadium” nella cittadella dello sport targata “Coppa d’Africa” dove celebra l’Eucaristia. Il caldo è torrido. E con la papamobile attraversa la folla fra canti e balli. Nella liturgia Leone XIV cita l’interrogativo della Scrittura che, dice, oggi «è rivolto a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene». E hanno il compito di rispondere alla «fame della gente» che umilia gran parte dell’umanità, denuncia. «Fame di pace, di libertà, di giustizia», tiene a far sapere. E fame di «cibo» che viene «razionato per emergenza», «rubato per contesa», «sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare». L’alternativa all’ingordigia è il «miracolo» della «condivisione», come il Papa lo chiama nell’omelia pronunciata sia in francese, sia inglese. E avverte: «C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona».

Leone XIV torna a farsi interprete delle attese dei dimenticati. «Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza», spiega indicando il ruolo “profetico” della Chiesa. Del testo, «la fame rivela non solo la nostra indigenza ma soprattutto l’amore» del Signore che «ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani». Da qui il richiamo: «Ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario». Perciò, chiarisce, «ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura».

Certo, spiega Leone XIV, «al cibo che alimenta il corpo occorre unire con uguale carità il nutrimento dell’anima». Perché «molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale», dice rivolgendosi ai giovani. E a loro riserva un particolare incoraggiamento: «Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Siate protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società». A loro indica come esempio Floribert Bwana Chui, il giovane congolese di Sant’Egidio martire per essersi opposto al malaffare e primo beato del pontificato di Leone XIV.

Le nuove generazioni sono al centro anche della seconda parte della giornata del Papa che nel pomeriggio rientra a Yaoundé, dopo una visita privata nell’ospedale cattolico “Saint Paul” di Douala dove si china anche sui piccoli pazienti. Nella capitale Leone XIV visita l’Università Cattolica dell’Africa centrale sorta nel 1989 che ha come motto “Al servizio della verità e della giustizia”. Davanti agli studenti e ai professori, invita i cristiani a non «avere paura delle “cose nuove”», richiamando il nome “papale” che ha scelto. Come la «diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali». E mette in guardia: «Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale». Ad esempio, si vuole «rendere superfluo l’incontro reale» così che «l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale». Poi il monito: «Quando la simulazione diventa norma, i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza».

Ecco, quindi, il compito che Leone XIV affida al mondo universitario cattolico ma anche all’intera Chiesa: «Formare coscienze libere e santamente inquiete». Ed è «urgente il bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali». «Fede e ragione», sottolinea evocando il binomio caro a Benedetto XVI. Infatti, osserva, «lo sguardo della scienza riceve un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile». Nel suo intervento Leone XIV parla anche della fuga migratoria dall’Africa. «Vi invito a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese», dice ai giovani sollecitandoli a essere «testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno». E poi la corruzione. «L’Africa ha necessità di essere liberata dalla piaga della corruzione». Parole accolte da un lungo applauso degli universitari. E il Papa chiama i credenti «al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita».

In sera, al suo rientro in nunziatura, l'incontro fuori programma con nove religiosi in rappresentanza della Conferenza nazionale dei superiori maggiori e dei più di 250 istituti e congregazioni religiose attive in Camerun, fa sapere la Sala Stampa vaticana. Al Papa viene raccontato I'impegno al fianco di tante situazioni di sofferenza nel Paese, quella dei giovani, degli sfollati, delle vittime della violenza e del traffico di esseri umani, il bisogno dei religiosi di maggiore collaborazione con i vescovi e i preti diocesani, le domande sulla propria identità religiosa che emergono nelle congregazioni. «La vita consacrata è parte essenziale della vita della Chiesa», assicura il Pontefice che nelle sue parole affronta anche il tema del rapporto tra la vita consacrata e i vescovi e sacerdoti diocesani, ricordando come fra le conclusioni dell’ultimo Sinodo ci sia la proposta di un gruppo di studio sull’aggiornamento del documento Mutuae relationes, e come in questo senso sia essenziale riconoscere e promuovere i diversi carismi delle congregazioni presenti in ogni diocesi. Quindi il richiamo alla formazione alla vita consacrata dove i candidati devono essere preparati ad assumere una vita di sacrificio, dono di sé, servizio in una comunità. Infine il lascito: «La vita consacrata chiede di essere coraggiosi, a volte radicali nella scelta di annunciare senza paura quello che Gesù ci insegna nel Vangelo».
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