mercoledì 5 ottobre 2016
​È un impegno dinamico, che guarda avanti, quello chiesto dal Papa durante i Vespri ecumenici celebrati assieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby nella chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio. (Riccardo Maccioni)
Insieme per «un ecumenismo audace e reale, sempre in cammino nella ricerca di aprire nuovi sentieri». È un impegno dinamico, che guarda avanti, quello chiesto dal Papa durante i Vespri ecumenici celebrati assieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby nella chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio. L’occasione è il 50° anniversario dell’incontro tra Paolo VI e dell’allora primate anglicano Michael Ramsey. Un evento storico, datato marzo 1966, che fu segnato, al termine della preghiera in San Paolo Fuori le Mura, da due gesti imprevisti: l’arcivescovo di Canterbury che si inginocchia davanti al vescovo di Roma, il Pontefice che si toglie l’anello e lo mette al dito di Ramsey. Mezzo secolo dopo, di strada ne è stata fatta molta. Lo documentano il Centro anglicano di Roma, di cui analogamente si festeggia il 50° e, soprattutto, i lavori della Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione e della, ancora più nota e feconda Commissione internazionale anglicana-cattolica romana. Ma i successi raggiunti non possono nascondere le differenze, gli ostacoli all’unità, che tuttora permangono. Papa Francesco e il primate anglicano Welby lo mettono nero su bianco nella Dichiarazione comune che suggella il loro incontro. >>> LA DICHIARAZIONE COMUNE: IL TESTOI nuovi disaccordi, sottolinea il testo, riguardano in particolare «l’ordinazione delle donne» e «questioni relative alla sessualità umana». Problemi, quelli riguardanti le donne sacerdoti e vescovi, la consacrazione di omosessuali dichiarati nonché il matrimonio tra persone dello stesso sesso, che dividono lo stesso mondo anglicano e che vanno ad aggiungersi alla «perenne questione circa il modo di esercizio dell’autorità nella comunità cristiana». Evidente il riferimento al primato petrino, del vescovo di Roma. Eppure queste differenze non devono far dimenticare che sono molte di più le cose in comune tra le due confessioni cristiane rispetto a ciò che le dividono. Soprattutto non escludono, anzi sollecitano l’impegno comune. Nella preghiera, innanzitutto, e poi nella tutela dell’ambiente, nella difesa della dignità di ogni persona, nell’attenzione agli ultimi, agli scartati, nella promozione di uno sviluppo sostenibile e integrale per il bene di tutti. La nostra fede cristiana – scrivono il Papa e il primate Welby – ci porta a riconoscere l'inestimabile valore di ogni vita umana e ad onorarla attraverso opere di misericordia, offrendo istruzione, cure sanitarie, cibo, acqua pulita e rifugio, sempre cercando di risolvere i conflitti e di costruire la pace». Punto di partenza, sottolinea Francesco durante il Vespro, è promuovere al tempo stesso «l’unità della famiglia cristiana e della famiglia umana». Ambiti che non solo non si oppongono ma si arricchiscono a vicenda. Un cammino che ha come meta la preghiera di Gesù: "Ut unum sint" che tutti siano uno. Un itinerario che prende le mosse dalla consapevolezza di essere figli dello stesso Padre, un Dio che «in quanto pastore vuole l’unità del suo popolo e desidera che soprattutto i pastori si spendano per questo».
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