mercoledì 20 marzo 2013
È una delle parole-chiave dell’omelia di Francesco. La tradizione orientale ne ha fatto uno dei tratti distintivi del mistero dell’Incarnazione. Che travalica i rischi di derive sentimentaliste. (Giovanna Parravicini)
IL SANTO Giuseppe, un padre a lungo nell’oblio (Michele Dolz)
L'ABBRACCIO L'emozione di Cesare per quel bacio di papa Francesco
INTERVISTE Pizzaballa: Per custodire il gregge si deve amare la Verità | Rocchetta: «Quell’amore umile che cambia il mondo»
​Che strani intrecci si creano, a volte... Nell’omelia della Messa di inizio pontificato, Papa Francesco si è soffermato sulla "tenerezza" di san Giuseppe, «che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore». Nel razionalismo che ci contraddistingue, noi cristiani d’Occidente siamo inclini a mettere fra parentesi questa parola, riducendo la tenerezza a sentimentalismo. L’Oriente cristiano invece ne ha colto il senso profondo e ha fatto della tenerezza il segno distintivo per eccellenza della Madonna, anzi del mistero dell’Incarnazione così come la Chiesa ce lo presenta.Una settimana fa, nei giorni di trepidazione della "sede vacante", ho accompagnato alla Galleria Tret’jakov – la più importante esposizione di icone della Russia – un gruppo di universitari italiani che stanno lavorando con un ateneo ortodosso di Mosca sul tema dei martiri del XX secolo. Ci siamo soffermati a lungo davanti alla Madre di Dio della Tenerezza di Vladimir – forse l’icona più famosa di questa tipologia – una tavola del XII secolo donata dagli imperatori di Bisanzio al giovane Stato russo che si affacciava sulla storia europea.In primo piano due volti accostati: tenero e paffuto quello del Bambino, dolente e afflitto quello della Vergine, e il gesto tenerissimo di Gesù che cinge con il braccino il collo della Madre, stringendosi alla sua gota. Questa icona ha accompagnato il popolo russo nelle peripezie, nelle drammatiche vicende della sua storia, ha sofferto con esso e con esso ha condiviso pericoli e gioie, venerata nei secoli in una preziosa edicola d’argento all’interno del santuario nazionale della Rus’, la cattedrale della Dormizione nel Cremlino di Mosca. Fino a quel 18 novembre 1917 (mi sono sorpresa io stessa della coincidenza con l’attesa che stavamo vivendo, mentre evocavo quest’episodio agli studenti italiani a Mosca) in cui, mentre in lontananza rimbombavano gli spari dei bolscevichi, fu proprio questa icona a eleggere in qualche modo il santo patriarca Tichon, che avrebbe provvidenzialmente guidato la Chiesa nelle tempeste della rivoluzione. Pietro il Grande aveva decapitato la Chiesa quasi due secoli prima, riducendola a una sorta di ministero dei culti presieduto da un funzionario imperiale; dopo un intervallo così lungo i vescovi decisero di lasciare la scelta alla Vergine, deposero ai piedi dell’icona un’urna con i nomi di una terna di candidati e tirarono a sorte.Domenica scorsa abbiamo pregato insieme agli universitari italiani davanti a questa icona «affidando noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio», come recita un’antica preghiera liturgica orientale, ma soprattutto affidandole la persona di Papa Benedetto e la scelta del suo successore. E ieri mattina, approfittando del fuso orario russo (+3 ore), dopo la Messa celebrata nella Nunziatura a Mosca, siamo andati in pellegrinaggio dalla Madonna della Tenerezza, con il Nunzio Mons. Jurkovic e tutto il personale, a impetrare per Papa Francesco forza e luce spirituale. Rivedendola, mi è balzato evidente come la Tenerezza che dà il nome all’icona riveli qui la sua scaturigine divina, l’assoluta precedenza con cui Dio ama la sua creatura e provvede alla sua Chiesa: il Bambino, in quell’abbraccio, rivela alla Madre la propria missione redentrice, la passione e morte che lo attendono, e le chiede di condividerla, di pronunciare con Lui e in Lui il suo «sì». E lo sguardo accorato che la Vergine rivolge agli oranti li coinvolge nello stesso abbraccio, nella stessa tenerezza di Dio, nel distacco verginale che fu suo e di Giuseppe nei confronti di un Mistero che erano chiamati a custodire, ad amare nella continua consapevolezza che era «altro», infinitamente lontano e oltre rispetto a ciò che essi conoscevano di Lui.Qualche ora dopo, quelle parole sulla tenerezza, echeggiate improvvisamente nell’omelia di Papa Francesco, così come la presenza a Roma del Patriarca ecumenico e di numerose delegazioni fraterne, il Vangelo letto in greco, l’invocazione dei fedeli in russo, mi hanno colpito come altrettante conferme della misteriosa tenerezza divina che sta abbracciando la Chiesa e il mondo nelle ultime settimane e giorni, abbattendo muri di diffidenza e divisione. Ne sono conferme lo stupore commosso e pieno di stima con cui è stato accolto in Russia il gesto di rinuncia di Benedetto XVI e l’attenzione – non solo mediatica – con cui vengono seguiti gli eventi di questi giorni. Una tenerezza divina che ci precede e ci sospinge, ci rassicura e ci custodisce esortandoci, come ha detto Papa Francesco, a "far risplendere" al mondo, attraverso la nostra unità, la "stella della speranza".
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