«Non volevo riprendere la vita di prima: così ho scelto la clausura»

di Elena Francesca Beccaria
La monaca clarissa Elena Francesca Beccaria: «Stavo bene con il mio ragazzo, sul lavoro mi si prospettava una carriera ricca di soddisfazioni. Eppure mi mancava qualcosa». Da Tortona ad Assisi, il racconto di un percorso di maturazione davanti a Dio. Fino a quella frase pronunciata da un frate: «Tu sei già al di là di quella grata»
January 13, 2026
«Non volevo riprendere la vita di prima: così ho scelto la clausura»
Suor Elena Francesca Beccaria, monaca clarissa, dal 2013 abbadessa del monastero di Santa Chiara a Roma
Vuole “ribaltare” ogni logica del mondo la storia della monaca clarissa Elena Francesca Beccaria, raccolta nel libro “La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura”, da oggi in libreria. L’autrice e protagonista rilegge la propria vicenda, offrendo a tutti il volume edito per i tipi di Marsilio (pp. 240, 18 euro), di cui offriamo un’anticipazione nella nostra pagina. Tra le righe emerge una sete di profondità e un’angoscia interiore che nei giorni della prima età adulta, spesi tra relazioni autentiche con i genitori, carriera lavorativa e progetti di matrimonio, inizialmente non trovano spazio per essere accolte e prese sul serio. Tutto cambia quando, senza un apparente motivo, Elena si ferma in un’abbazia e riscopre il silenzio e la preghiera, in cui impara di nuovo ad affidare paure e fragilità. La sua vita spirituale allora si rinnova, tanto da portarla “aldilà dalla grata”, per venticinque anni nel monastero umbro di Città della Pieve e, dal 2013, al monastero di Santa Chiara a Roma, dove adesso è abbadessa. Da lì racconta, nelle pagine del libro, una vita spesa a servizio dei monasteri del Lazio e di tutti gli uomini e le donne che in quei luoghi di preghiera si affacciano, per trovare un’oasi ristoratrice, in cui sia possibile anche per loro incontrare Dio.
Nel tempo immediatamente precedente l’incontro con il Signore la mia vita era centrata soprattutto su un lavoro importante, dopo una laurea conseguita a pieni voti che prometteva di aprirmi sbocchi professionali sicuri. E così era stato perché, ad appena quattro giorni dalla discussione della tesi, avevo trovato un ottimo posto presso un’azienda di Novi Ligure, nel settore della chimica farmaceutica. Entrata già con un ruolo di responsabilità, mi si prospettava una carriera ricca di soddisfazioni, gratificante. Per di più in un ambiente tranquillo, di relazioni semplici e sane, che mi rendevano bello il lavoro. Così come stavo bene con il ragazzo che frequentavo da sette anni. Avevo chiuso però da qualche tempo quella relazione, per una mia resistenza a pensare al matrimonio, che io stessa non riuscivo a spiegarmi. Condividevamo molto, anche tanti interessi, per cui non c’era motivo di interrompere quella storia. Eppure, in quello che potrebbe apparire un paradosso se si considera la scelta che ho fatto in seguito, quando si era affacciata la prospettiva di un possibile matrimonio mi ero sentita in gabbia, rinchiusa in qualcosa che “costringeva” la vita invece che aprirla. Allora, per onestà, ho preferito dire: «Fermiamoci, pensiamoci meglio». Quel pensarci meglio è stato un punto di non ritorno. La mia vita era piena di cose importanti, ma vuota. O almeno quella era la percezione che ne avevo: un’esistenza non pienamente compiuta. Non capivo perché, e a spaventarmi era proprio questo non riuscire a comprendere le motivazioni di quel senso di incompiutezza.
Ragionandoci, infatti, anch’io mi dicevo: «Cosa mi manca?». Avevo un ottimo rapporto sia con mia madre che con mio padre, sebbene fossero separati da anni. Anzi, il dialogo con mio padre, che non viveva in casa con noi, mi sembrava addirittura migliore rispetto a quanto potevo vedere tra molti miei amici e i loro genitori. Non si può dire infatti che la distanza fisica fosse anche relazionale: ci incontravamo spesso e sempre con molta gioia da parte di entrambi. E allora, da dove proveniva quell’angoscia che mi abitava? Non esito a parlare di angoscia, anche se può risultare un termine forte. L’idea di vedermi davanti una vita fatta solo di ciò che avevo allora tra le mani mi angosciava. «Sarà sempre così?», mi chiedevo.
Alla continua ricerca di cause, un’altra spiegazione che mi davo era la mancanza di un amore vero. Volevo sposarmi, sì, ma il ragazzo che era stato al mio fianco per anni era diventato un caro amico, quasi un fratello. Quell’angoscia in sottofondo non mi abbandonava, sebbene portassi avanti gli impegni quotidiani con senso del dovere e dedizione. La mattina, andando a lavorare in macchina, intravedevo sulla strada verso Novi Ligure un’antica abbazia, appena fuori Tortona. Non so ancora oggi perché, un giorno ho svoltato e ho imboccato il vialetto che porta in aperta campagna, verso l’abbazia. Da secoli non era più abitata dalla comunità dei monaci benedettini, però la chiesa restava aperta tutto il giorno.
Attratta da non so cosa – o chi! – sono entrata. Ho fatto il mio ingresso, si può dire, assolutamente impreparata. Sebbene avessi ricevuto i sacramenti di prima comunione e cresima, da ragazzina, pian piano avevo interrotto la pratica religiosa. Per nessuna ragione in particolare, probabilmente per mancanza di stimoli, perché non avevo grandi testimonianze di fede né a casa né intorno a me. Quel giorno, in quel luogo silenzioso, non avevo riferimenti. Il tabernacolo che custodiva l’ostia consacrata era per me qualcosa di misterioso, nebuloso, lontano. Il grande crocifisso al centro della chiesa invece, plasticamente, mi diceva qualcosa di più. Davanti a Lui ho pregato, semplicemente consegnando l’angoscia che avevo dentro e che avevo cercato invano di comunicare ai miei genitori o ad alcuni amici più intimi. Ma l’unico risultato era stato sentirmi dare della capricciosa: «Cosa vuoi di più dalla vita, cos’altro pretendi ancora?».
Quella mattina per la prima volta non mi sono sentita giudicata per quella mia insoddisfazione, ma accolta. Ho vissuto quell’esperienza molto profondamente e ne sono uscita con un grande senso di pace interiore, di calma, e soprattutto di rassicurazione. Finalmente, dopo tanto tempo, stavo bene. Questo mi spinse a riconsiderare i miei ritmi quotidiani e presi l’abitudine di fermarmi lì tutte le mattine a pregare. [...] Iniziai ad andare a Messa con assiduità, tutte le mattine. Era un momento prezioso e, alla fine, quella mezz’ora di sonno sacrificata mi veniva restituita con un nuovo, anche se ancora timido, entusiasmo di vita. Non passò molto prima che la monaca di Perugia che mi seguiva mi dicesse: «Elena, non so più cosa consigliarti, se non di entrare in monastero».
Di nuovo, la reazione d’istinto fu di ritrarmi: non era nei miei programmi. Decisi di rallentare, pur non interrompendo tutto quello che avevo cominciato a fare e da cui traevo gioia. Poi entrai in contatto con la realtà del convento dei cappuccini di Tortona e con i frati, conobbi altra gente, più semplice di quella che frequentavo abitualmente, forse meno “colta” e di un’altra estrazione sociale, ma in cui scorgevo un’autenticità, una verità, che mi affascinava. Stavo bene in quell’ambiente, partecipavo con gioia alle loro attività. Riconoscevo la forza di attrazione che quello stile di vita per me inconsueto esercitava sulla mia persona, ma ero ben lontana dal pensiero della consacrazione. Piuttosto, in quel momento mi si affacciava alla mente l’intuizione che avrei potuto sposare un ragazzo credente, una persona che condividesse queste mie aspirazioni, per formare una famiglia cristiana, impegnata nel volontariato, secondo l’esempio di alcune coppie praticanti che avevo avuto modo di conoscere nel frattempo.
Ne parlai con la monaca, che non mi fece mancare il suo appoggio. Al contrario, mi indirizzò verso i corsi vocazionali di Assisi, che presentavano ai giovani il ventaglio di tutte le vocazioni possibili nella Chiesa. Durante le vacanze di Natale, sfruttando il periodo di ferie, ne frequentai uno. Una sera, mentre con il resto del gruppo stavo andando ad ascoltare la testimonianza di una suora di clausura, uno dei frati, vedendo che non mi ero avvicinata alla grata, mi chiese: «Perché non vai davanti con gli altri?». «Io le conosco già. Mi sembra giusto che possa sentire più da vicino chi non le conosce». «C’è un’altra ragione. Non vai perché tu sei già al di là della grata. Si vede».
Era possibile che avesse notato qualcosa di diverso nel mio atteggiamento rispetto a quello degli altri: di fatto, nei momenti liberi dalle catechesi mi rifugiavo sempre a pregare in una cappellina. Le parole di quel frate mi turbarono, tanto che passai la notte in bianco e il giorno dopo tornai da lui chiedendogli di parlare. Mi confermò di aver visto qualcosa in me, di aver letto tra le righe del mio comportamento. E mi chiese di verificarlo. Gli spiegai quale era stato il mio cammino e le ragioni che mi avevano condotta lì e il suo suggerimento, ancora una volta, mi spiazzò: «Torna a casa» mi disse. «Riprendi più che puoi la vita di prima: vai alle feste, in discoteca, trascorri le tue giornate nel modo più normale possibile. Se quello che ho intravisto è vero, vedrai che emergerà e non lo potrai soffocare. Ma adesso non fissarti».
Non avevo nessuna intenzione di fissarmi, tutt’altro. Ero spaventata da quel che sentivo avvenire dentro di me. Ma già durante il viaggio di ritorno, percorrendo quei quattrocento chilometri che mi separavano da casa, era affiorata una nuova consapevolezza: non volevo riprendere la vita di prima. L’avevo vissuta per tanti anni e mi aveva delusa profondamente. Cosa fare, dunque? Avrei forse potuto ammettere che quella che avevo intravisto nella clausura potesse essere la mia strada? Nel momento stesso in cui ho accolto quel pensiero, arrendendomi alla possibilità della vocazione come una prospettiva reale, ho sentito nascermi dentro una pace infinita.

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