La teodicea di Käthe Kollwitz: l’azione
si fa contemplazione

di Flavio Arensi
Nel dialogo con Angelus Silesius e la mistica cristiana, l’artista tedesca elabora una forma di agire che è insieme un gesto materno e un esercizio spirituale
January 14, 2026
La teodicea di Käthe Kollwitz: l’azione
si fa contemplazione
Käthe Kollwitz nel 1927 / WikiCommons
Sfollata a Moritzburg, in Sassonia, per sottrarsi ai bombardamenti sulla capitale, Käthe Kollwitz (1867–1945) trascorre gli ultimi momenti della sua vita osservando il movimento delle nuvole e annotandone le variazioni in una sorta di taccuino. Dal suo amato Goethe ha appreso il principio dell’osservazione e, lungo l’intero arco della sua esistenza, con un’intelligenza acuta e pietosa, indaga le incoerenze umane (non essendo possibile riassumere qui l’intera biografia, rimando agli ottimi siti dei due musei monografici a lei dedicati a Berlino e a Colonia).
Già la fondamentale opera della studiosa - e nipote - Jutta Bohnke-Kollwitz mette in guardia dall’interpretazione dominante affermatasi nel secondo dopoguerra, rilevando come l’opera dell’artista sia stata prevalentemente ricondotta a una chiave politico-ideologica, fissando un’immagine parziale: quella dell’artista impegnata, della voce levata in nome della pace e della giustizia, dell’interprete delle istanze sociali del mondo operaio. Non a caso, in Italia è l’ottimo Mario De Micheli a proporre il primo inquadramento storico-critico organico, con la monografia del 1954 (Hoepli), collocando Kollwitz tra le figure della resistenza antifascista e dell’impegno progressista. In ambito statunitense, l’attenzione si orienta invece verso altri aspetti, mettendo in luce il suo ruolo nelle lotte per i diritti delle donne e il carattere innovativo del suo catalogo rispetto alle istanze delle minoranze, attenuando gli elementi più strettamente legati al socialismo.
Prospettive che, pur legittime, tendono tuttavia a trascurare la sfera spirituale, ancora largamente inesplorata, anche a causa della mancata traduzione dell’intero corpus autobiografico nei contesti italiano, anglofono e ispanoamericano. Un primo ampliamento in questa direzione è offerto dal teologo canadese Michael Stoeber, che rilegge il catalogo di Kollwitz alla luce della teodicea pratica, intesa come risposta visiva e morale all’esperienza della sofferenza (Toronto Journal of Theology, 2017); tuttavia, anche in questo caso, l’analisi non si estende in modo sistematico alla produzione scritta.
Il nesso fra parola e azione si radicalizza dopo la morte del secondogenito Peter, caduto sul fronte belga nell’ottobre 1914. Da quel momento il diario registra il faticoso attraversamento di quello che Marie-Madeleine Davy definirebbe il «deserto interiore», lo spazio in cui l’anima si spoglia del superfluo per ritrovarsi. Dalla mistica Kollwitz mette a fuoco tre concetti basilari: «essenzialità», «azione», «lavoro»; in quest’ultimo caso si può rilevare l’affinità con l’interpretazione di Simone Weil di «esercizio spirituale» o «esperienza mistica», più che mero impegno estetico.
La tensione verso una rigorosa coincidenza tra contenuto e forma, che tanto deve allo studio di Rodin, si accompagna in Kollwitz a un impulso di natura invisibile. Già durante il secondo soggiorno italiano del 1907 l’artista fa propria una formula destinata a restarle come monito e affidata a un biglietto di compleanno per il primogenito Hans: «C’è un detto di un vecchio mistico che è molto bello: “Uomo, diventa essenziale!” Credo che dica davvero tutto ciò che è necessario. Diventa essenziale!». Il riferimento (non citato) è al distico II, 30 di Angelus Silesius, tratto dal Pellegrino cherubinico, raffinato distillato di pensiero eckhartiano che Kollwitz ha con ogni probabilità letto nell’edizione Diederichs del 1905 e che ritorna più volte nei suoi scritti, in forma esplicita o allusiva.
Nella stessa linea si colloca uno degli appunti più noti del diario del dicembre del 1922: «Voglio agire (wirken) in questo tempo in cui gli uomini sono così incerti e bisognosi di aiuto». L’eco silesiana è evidente, tanto nel richiamo all’«agire» («Agisci, uomo, finché puoi, per esser salvo e beato. L’agire cessa con la fine di questo tempo») quanto nel nesso fra azione e contemplazione («Il saggio […] riposa quando corre, agisce se contempla»). In Italia l’ipse dixit è assunto come titolo della silloge del 1993 nella forma Voglio segnare questo tempo (Luna), secondo una sfumatura mediata dalla tradizione critica nordamericana, incline a intendere wirken come «avere effetto» o «influenzare». Una simile resa appare tuttavia problematica, poiché sposta l’attenzione sull’efficacia esterna dell’azione, mentre qui si tratta di un agire sottratto a ogni desiderio di visibilità, radicato in un’esigenza etica interiore «cherubinica».
Come chiarisce Marco Vannini, l’«essenzialità» silesiana implica lo spogliarsi di ogni accidente per raggiungere il fondo dell’essere, il nucleo dell’anima in cui si dà anche il divino. A questa urgenza Kollwitz si consacra senza riserve, affinché «il seme riposto in me» possa giungere al pieno dispiegamento delle sue possibilità. La meditazione non rimane mai astratta, ma si traduce in una responsabilità concreta, nel dovere di portare a compimento il «lavoro» in memoria di Peter, affinché nel suo compiersi continui a vivere il senso del suo sacrificio.
Kollwitz ha chiara la natura del suo «dovere», che non si limita a riflettere l’eco di un’etica derivata dall’eredità evangelica del nonno Julius Rupp, rigoroso teologo di ispirazione kantiana, animato dall’ideale di un cristianesimo originario e fedele al Vangelo di Matteo, che insiste sulla coerenza tra fede e azione («Dai loro frutti li riconoscerete», Mt 7,15-20). È perentoria nel precisare che questo dovere coincide con il suo lascito più alto, il suo vero testamento, trascritto nel diario nel 1941: «Ho detto a Hans qualche giorno fa: questo è il mio testamento: “I semi da frutto non devono essere macinati” [...] Così ho disegnato di nuovo la stessa cosa: ragazzi, veri ragazzi berlinesi, che annusano avidamente l’esterno come giovani cavalli, trattenuti da una donna. La donna (una donna anziana) tiene i ragazzi e il mantello, allarga le braccia e le mani sui ragazzi con forza e determinazione. “I semi da frutto non devono essere macinati” - questa pretesa, come “Mai più guerra”, non è un desiderio, ma un ordine. Una pretesa». Per Käthe Kollwitz, il seme è Peter.

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