lunedì 12 ottobre 2015
Il vescovo di Parma: «Rifondare le radici della famiglia è scelta missionaria condivisa da tanti padri sinodali»
IL DIARIO DEL SINODO E l’ipotesi diaconesse scivola nell’indifferenza (Luciano Moia) | VAI ALLO SPECIALE
«Il senso del dibattito tra i padri sinodali? Nessuna separazione netta, perché tutti sono convinti che la Chiesa sia chiamata a vedere nella famiglia un soggetto indispensabile di evangelizzazione, ma un sottile crinale, che non sempre è agevole distinguere, tra due modalità di leggere questo ruolo. Stesso obiettivo, strade diverse». La riflessione è del vescovo di Parma, Enrico Solmi, che fino al giugno scorso ha ricoperto l’incarico di presidente della commissione episcopale per la famiglia. Era già presente al Sinodo dello scorso anno e quindi è in grado di cogliere sfumature che nascondono varie, anche se non contrapposte, visioni ecclesiologiche.Varietà senza contrapposizione. Un po’ complicato, monsignor Solmi. Ci aiuta a dipanare questa matassa?Proviamo a semplificare. È chiaro che esiste un gruppo di padri sinodali preoccupato di arrivare alla stesura di un testo soprattutto rigoroso, organico, dottrinalmente corretto. E questo è un obiettivo sempre auspicabile. Poi ci sono coloro che, senza negare questo obiettivo comunque condivisibile, vorrebbero fare un passo in più. E quale potrebbe essere?Quello di ammettere che la Chiesa è presente ovunque nel mondo grazie alle famiglie. E questo richiama a un’attenzione più pastorale, più esistenziale, più missionaria, che non nega quanto affermato dalla dottrina, ma intende giocare queste risorse soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione.La linea di demarcazione risulta ancora un po’ difficile da individuare...Secondo questa posizione la Chiesa non dev’essere preoccupata di dire tutto e subito dal punto dottrinale, ma sceglie innanzi tutto un approccio segnato dall’accoglienza verso le famiglie, convertendosi all’ascolto e alla condivisione. Questo chinarsi verso le famiglie è sicuramente una scelta di misericordia. Vuol dire procedere insieme per fare una sorta di "Sinodo" – cioè un camminare insieme – con ogni famiglia. A partire da questa radice, si può far crescere un albero che comunque porterà frutti.Discorso suggestivo, ma concretamente, quando si parla dell’esigenza di rinnovare la pastorale, dove si vuole arrivare? Intanto sviluppiamo questi percorsi, poi sarà il Papa, alla fine del Sinodo, a dirci come rifondare le radici dell’albero. La scelta della direzione da imprimere all’ultimo passo spetta solo a lui.Questa prima settimana di lavori che indicazioni ha fornito?Ci ha permesso di riprendere in mano l’ampia problematica della "vertenza famiglia", stabilendo una sorta di ponte tra il Sinodo precedente e quello attuale. Una continuità che è emersa sia dalla relazione del cardinale Baldisseri, sia con sottolineature particolari, dall’introduzione del cardinale Erdö.Alcuni circoli minori hanno però contestato l’impianto emerso dal collegamento tra la Relatio dello scorso anno e l’Instrumentum laboris di quest’anno. Come mai?Evidentemente è rimasto sorpreso chi pensava di trovarsi davanti un testo organico, già ben definito. Eppure nel documento di partenza c’era una ricchezza, frutto del Sinodo straordinario. Alcuni circoli minori questo lo hanno inteso al meglio, apprezzando il lavoro svolto e cogliendo soprattutto lo stimolo per la comunità cristiana ad assumere finalmente un atteggiamento di ascolto e di condivisione con le famiglie.È d’accordo con chi ha criticato il testo base perché troppo "occidentale"?Sì, il rischio è effettivo. Alcuni padri africani hanno fatto notare come questa tendenza globalizzante finisca per minimizzare o addirittura azzerare un patrimonio valoriale delle Chiese particolari che dev’essere invece sostenuto e difeso. Penso al valore anche simbolico della vita e della maternità, molto accentuato in molte culture asiatiche o africane. Ma anche al senso di solidarietà e alla difesa dal secolarismo.Tante sottolineature, nelle relazioni dei "circoli", per il pericolo rappresentato dalle teorie del gender. Quali gli aspetti che preoccupano maggiormente?Siamo partiti con l’evidenziare il carattere peculiare del maschile e del femminile, confrontandolo con le caratterizzazioni culturali che, segnate da una visione radicale della libertà, arrivano a conclusioni che ledono profondamente la persona umana, e quindi la famiglia e la stessa società. Tutti i circoli – perché questo attacco concordato è stato sferrato in ogni parte del mondo – hanno segnalato il rischio di una propagazione delle teorie del gender, specialmente attraverso le agenzie educative, auspicando una sinergia forte tra Chiesa e famiglie per ostacolarne le conseguenze peggiori.
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