giovedì 11 ottobre 2018
Il vescovo coreano You Heung: passo gigantesco per la pacificazione della penisola coreana. Forte: Mediterraneo è cimitero, assenza impressionante dell'Unione Europea
Lazzaro You Heung

Lazzaro You Heung

Le relazioni internazionali entrano al Sinodo, che non resta chiuso tra le mura del Vaticano ma guarda lontano. “Se il Papa andasse a Pyongyang sarebbe un passo gigantesco per la pacificazione della penisola coreana”, ha detto monsignor Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon in Corea del Sud, durante il briefing sull’andamento dei lavori, commentando l'invito rivolto a Francesco dal presidente Kim Jong-un attraverso il presidente Moon (che il 18 sarà ricevuto dal pontefice in Vaticano).

“Sarebbe bello se il Papa andasse per una visita pastorale: ci sono tanti passi da fare, anche riguardo alla libertà religiosa”, ha aggiunto il vescovo che si è detto convinto che “la Corea del Nord sia pronta a rinunciare alle armi nucleari e a fare un Paese nuovo”. “Ho avuto modo di andare in Corea del Nord quattro volte, per portare aiuti umanitari. Vedendo questa nuova era che si sta aprendo, alcuni giovani del Sud hanno paura perché pensano di diventare più poveri, ma la maggior parte pensa che si potranno fare molte cose insieme”, ha raccontato monsignor You che ha manifestato la sua “contentezza nel partecipare al Sinodo, dove si respira l’aria della Chiesa universale e dove ci si arricchisce con l’ascolto” e la sua emozione nel poter incontrare “i fratelli cinesi”. “Loro – ha rivelato - mi trattano come un fratello maggiore: ci siamo scambiati i numeri, mi hanno regalato un quadro raffigurante la Madonna e la foto con il Papa che abbiamo fatto insieme dopo che gliel'ho presentati”.

“Uno di loro mi ha abbracciato ricordandomi di essere stato mio alunno. Anni fa fui invitato dall’Accademia cinese delle scienze sociali a parlare di cristianesimo. Giovani Paolo II mi disse: ‘Vada, vada, volesse il cielo che potessi andarci anch’io’. Dopo il viaggio, la facoltà teologica di Napoli dove insegnavo assegnò due borse di studio a due seminaristi cinesi, e uno dei due ha studiato ecclesiologia a Napoli, parla molto bene l’italiano, ed è proprio uno dei due vescovi al Sinodo”, gli ha fatto eco monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto. “La Cina – ha osservato - è un mondo al quale bisogna aprirsi con attenzione e responsabilità”.

Oltre all’Oriente, lo sguardo universale del Sinodo ha abbracciato anche “i giovani migranti che mettono in pericolo la vita per un futuro migliore e spesso muoiono nel Mediterraneo, che è diventato un cimitero, o nel deserto”, ha continuato monsignor Forte che ha denunciato “l’assenza impressionante dell’Unione Europea”. “La sfida delle migrazioni non è stata affrontata in maniera comunitaria”, ha affermato evidenziando che i migranti, specialmente "in un paese come il nostro, sono una forza preziosa. Oltre la loro dignità di persone umane, sono quelli che hanno consentito di portare avanti l’azienda Italia”. “L’accoglienza – ha scandito - non è solo il rispetto della dignità umana ma riguarda l’interesse dello stesso paese che li accoglie e che ne ha bisogno”.

Dal Sinodo, che prosegue in “un clima sereno, a tratti allegro, con una grande interazione”, è arrivato un “appello” a non “deludere i milioni di giovani che “si aspettano molto da questa assemblea”, ha riferito Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione. “I giovani non sono in via di definizione, non sono un’ipotesi, ma una realtà”, “non vogliono essere diretti né tenuti sotto controllo, ma accompagnati”, e “desiderano che si passi dalla cultura del ‘come’ a quella del ‘perché’”, ha continuato Ruffini mettendo in luce che “i giovani sfidano la Chiesa a mettere da parte le sue debolezze per ricominciare a correre” con un atteggiamento “non giudicante e non arroccato”. Non a caso, ha concluso Ruffini, “l’immagine che più volte è stata citata è quella dei discepoli di Emmaus, che Gesù accompagna e guida”.

© Riproduzione riservata