sabato 11 novembre 2017
Le parole del Papa al simposio dell'Ufficio famiglia della Cei

Quale rapporto tra norma e coscienza? Più importante il bene legato alla coscienza o quello legato alla norma? E come si inserisce in questo binomio il discernimento? Possibile che l’esercizio del discernimento renda accettabile per la coscienza ciò che la norma non comprende? E qual è la gerarchia del discernimento alla luce della coscienza? Prima ecclesiale, poi pastorale e infine personale? Oppure i termini vanno invertiti? E quando è una coppia ad avviarsi insieme sulla strada impervia della riflessione profonda, come armonizzare le diverse sensibilità delle due coscienze? Sembrerebbero questioni di lana caprina quelle emerse al Simposio organizzato a Roma dall’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia su Amoris laetitia. Ma la scelta di mettere al centro del dibattito tra una cinquantina di teologi e di docenti di scienze umane, proprio il tema del rapporto tra norma e coscienza fa parte di un processo di “restituzione” dell’Esortazione postsinodale al popolo delle famiglie.

Qui sopra il video dei lavori del Simposio Cei

«Amoris laetitia, attraverso la doppia consultazione popolare è nata dal popolo – ha spiegato don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei di pastorale familiare - e ora sta tornando al popolo anche attraverso il lavoro di riflessione e di analisi portato avanti in Italia non solo dalla Cei, ma dalle oltre 150 comunità che in un poco più di un anno e mezzo hanno organizzato approfondimenti ad ogni livello». In questa prospettiva il rapporto tra norma e coscienza, letto dall’Esortazione postsinodale in modo innovativo e per alcuni versi sorprendente se non addirittura “trasgressivo” rispetto a una certa visione giuridicistica, è sicuramente tra i temi più importanti, anche se più controversi.

Nel videomessaggio che ha aperto il Simposio è stato il Papa stesso a ricordare il valore della coscienza formata e illuminata, secondo la lezione del Vaticano II.

Il riferimento personale a questo tabernacolo interiore dove risuona la voce di Dio – ha spiegato – mette al riparo dall’egolatria che produce false illusioni di autosufficienza e permette alla grazia divina di effondere i suoi benefici nella vita di coppia e di famiglia. Il riferimento alle nozze di Cana è poi servito a Bergoglio per ribadire il carattere rinnovatore del Vangelo visto che Gesù, con il suo gesto di rottura, «ha trasformato la legge di Mosè nel Vangelo dell’amore», la medicina che apre il cuore alla misericordia divina.

Lo stesso obiettivo che - con le debite proporzioni - si propone anche Amoris laetitia che non fa che attualizzare le verità del Vangelo rendendole comprensibili e affascinanti per le famiglie dei nostri giorni. L’ha fatto notare nel suo saluto anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei. Come aveva avuto già occasione di dire, Bassetti ha ricordato che si tratta di «un documento bellissimo che va letto e meditato con grande serenità» ma senza sensazionalismi, nel rispetto della verità dei fatti e senza forzature. Il presidente della Cei ha messo in luce tre aspetti centrali di Amoris laetitia: lo spirito sinodale, la via caritatis e la concretezza. La sinodalità rimanda al modo nuovo modo di essere Chiesa, quello appunto emerso dal doppio Sinodo «vissuto e partecipato come non mai». La carità è l’amore che apre alla speranza ed è l’esercizio più luminoso della maternità della Chiesa che non si rifugia in astrattezze ideali ma guarda con concretezza ai bisogni delle coppie e delle persone. Da qui, il terzo elemento, la concretezza che «rifugge dal moralismo astratto» e permette alle persone che soffrono di scorgere il volto luminoso di Gesù. Quel bene dell’uomo e della donna appunto, che dovrebbe essere una sorta di ponte tra norma e coscienza e non dovrebbe mai essere sacrificato sull’altare di codici e commi.

Ecco perché – ha sottolineato Manuel Jesus Arroba Conde, preside dell’Istituto Utriusque Iuris della Lateranense – per leggere le norme canoniche si esige sempre il discernimento, che non deve però sfociare nel soggettivismo. E se è vero che è sbagliato interpretare il «ruolo della coscienza come mero adeguamento alla norma» bisogna allo stesso modo evitare di «considerare il bene che le norme manifestano in modo compiuto e oggettivistico».

Una complessità nella quale si è inserito anche Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Lateranense, che ha inquadrato il rapporto tra «foro interno» e «foro esterno», spiegando che libertà di coscienza non vuol dire anarchia, anzi l’alleanza tra interiorità ed esteriorità «è il carattere proprio della percezione del divino in una coscienza finita». Tutto ciò giustificherebbe una lettura “sovversiva” di Amoris laetitia? No, anzi, non farebbe che consolidare la consapevolezza che l’Esortazione postsinodale è pienamente inserita nella tradizione della Chiesa. Ma si tratta di tradizione dinamica, capace di far evolvere la dottrina, come sempre è successo nella storia del cristianesimo. Perché una tradizione che rimane sempre uguale a se stessa, «è una tradizione morta» che non può sintonizzarsi con le speranze di futuro incarnate nell’amore di coppia e di famiglia.

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