martedì 5 febbraio 2019
Papa Montini e il gesuita, entrambi riformatori e «crocifissi» per la loro azione. L'ex direttore di Civiltà Cattolica rilegge lo scontro nella Compagnia di Gesù sul IV voto
Padre Arrupe in preghiera

Padre Arrupe in preghiera

Oggi, a breve distanza dalla canonizzazione di Paolo VI, si apre il processo di canonizzazione del padre Pedro Arrupe, preposito generale della Compagnia di Gesù (1965-1983). Questa coincidenza non è un caso, ma è un segno. Infatti, i quindici anni del pontificato di Paolo VI (1963-1978), sono stati sostanzialmente gli stessi dei diciotto anni del generalato del padre Arrupe. Entrambi hanno condiviso, perciò, gli anni difficili del primo post-Concilio, impegnati l’uno nel rinnovamento della Chiesa, l’altro nel rinnovamento della Compagnia di Gesù.

Raramente un Papa ha amato tanto i gesuiti quanto Paolo VI e raramente un gesuita ha amato tanto il Papa quanto il padre Arrupe. Ne sono stato personalmente testimone. Proprio per questo, ho vissuto con dolore lo scontro duro e l’incomprensione (causata soprattutto dall’estensione o meno a tutti i membri del nostro Ordine del famoso IV voto di obbedienza al Pontefice) tra i due durante la 32ª Congregazione generale della Compagnia (197475), alla quale partecipavo anch’io.

Non ho mai pensato che quella triste vicenda fosse dovuta a mancanza di venerazione e di amore vicendevole tra i due “santi”. Oggi, la coincidenza tra la canonizzazione di Paolo VI e l’apertura del processo di beatificazione del padre Arrupe, conferma la mia tesi che si trattò di un “segno” e non di un caso. Come è avvenuto anche in altre epoche storiche, quando lo Spirito Santo interviene a rinnovare la Chiesa, la ordinaria dialettica che sempre esiste tra “profezia” e “istituzione” si accentua.

La profezia spinge alla novità e mette in crisi l’istituzione che, di natura sua, invece è portata alla conservazione. Tocca, però, all’istituzione giudicare la autenticità della profezia. Sono periodi fecondi, ma di grande sofferenza, nei quali sia i profeti sia i rappresentanti dell’istituzione agiscono come “segni di contraddizione”.

Quello di Paolo VI fu un pontificato crocifisso, non meno del generalato del padre Arrupe. È una regola che vale per ogni rinnovamento nella Chiesa: il carisma profetico mette in crisi l’istituzione, rinnovandola; ma tocca poi alla Istituzione rinnovata giudicare l’autenticità del carisma profetico. Così avvenne, per fare un esempio famoso, con Francesco d’Assisi. Ecco perché il fatto che il processo di canonizzazione del padre Arrupe si apra a breve distanza dalla canonizzazione di Paolo VI (e addirittura sotto il pontificato di un Papa gesuita) non è un caso, ma ha valore di segno.

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