sabato 9 marzo 2019
Chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione del sacerdote 85enne sgozzato nella sua chiesa da estremisti islamici. Il postulatore: umile e povero, portava la Parola a ultimi e immigrati
Padre Hamel

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«Oggi è l’ultima seduta per la chiusura dell’istruzione del processo per riconoscere il martirio di padre Jacques Hamel». Con queste parole, l’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun, ha annunciato la chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione del sacerdote ucciso a Saint-Étienne-du-Rouvray nel luglio 2016 da due giovanissimi estremisti del Daesh. Alla cerimonia nella cappella dell’arcivescovado erano presenti anche le sorelle del sacerdote e i testimoni dell’assassinio, oltre al sindaco della cittadina dove padre Hamel era parroco, in una zona periferica a forte presenza di musulmani.

Monsignor Lebrun ha annunciato che porterà personalmente a Roma il dossier riservato, raccolto durante l’inchiesta diocesana. Sarà consegnato in aprile, quindi sarà esaminato dalla Congregazione delle cause dei santi e al termine del percorso arriverà sulla scrivania di papa Francesco. La decisione finale è attesa in due anni, ha spiegato l’arcivescovo. L’inchiesta diocesana ha comportato 66 udienze, tra cui quelle dei cinque testimoni dell’assassinio di padre Hamel, tre religiosi e una coppia di parrocchiani, Guy e Janine Coponet. Altri testimoni sono stati la famiglia del sacerdote, gli amici e i parrocchiani.

L’inchiesta è stata condotta in Normandia ed è stata presieduta dall’arcivescovo; il postulatore è stato padre Paul Vigouroux, cancelliere della diocesi di Rouen. L’inchiesta diocesana è stata aperta il 20 maggio 2017 e ha potuto recepire anche gli elementi degli ultimi istanti di vita di padre Hamel in quanto l’arcivescovo si è costituito parte civile nell’inchiesta penale che deve decidere sull’assassinio. Il delitto ha una matrice di fondamentalismo religioso anche per la Chiesa.

Il 26 luglio 2016, mentre il sacerdote francese celebrava la messa nella chiesa della Normandia, due estremisti islamici lo hanno aggredito e sgozzato sull’altare. A settembre, in una Messa celebrata a Casa Santa Marta, papa Francesco disse: «È un martire! E i martiri sono beati». L’apertura della causa di beatificazione ha avuto dunque un rapido via libera sia da parte della Congregazione delle cause dei santi sia dallo stesso Pontefice e tale circostanza ha permesso di derogare alla regola canonica che impone un tempo di almeno cinque anni prima di aprire l’iter. Il processo di beatificazione di padre Hamel segue la procedura che fu riservata anche a Giovanni Paolo II e a Madre Teresa di Calcutta.

I funerali di padre Hamel (Ansa)

I funerali di padre Hamel (Ansa)

Il postulatore: una vita santa fra le periferie della Francia

«Padre Hamel viveva da santo. Il suo cuore era altrove: con Gesù». Padre Paul Vigouroux è il postulatore della causa di beatificazione di padre Jacques Hamel, il sacerdote 85enne ucciso da due giovanissimi estremisti affiliati al Daesh nella sua parrocchia a Saint-Etienne-du-Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, il 26 luglio del 2016. La fase diocesana si è conclusa oggi. La documentazione sarà trasmessa alla Congregazione delle cause dei Santi. Il dossier ammonta a più di 11.500 pagine e comprende le audizioni dei testimoni, documenti sulla vita del sacerdote ucciso e le sue omelie. Oggi sono stati posti i sigilli a questa voluminosa documentazione, che è stata raccolta per appurare innanzi tutto se il sacerdote francese sia stato vittima di morte violenta, se il suo assassinio scaturisse dall’intenzione di colpire la Chiesa, se la reazione della vittima possa essere assimilata a Gesù sulla Croce e se il sacerdote godesse già in vita di una reputazione di santità. Condizioni che inquadrano il martirio: padre Hamel, ha detto il Papa chiedendo di istruire il processo, «è un martire! E i martiri sono beati».

Padre Vigouroux, non le chiediamo di violare il segreto che permea l’attività del postulatore, ma, dalle testimonianze che ha raccolto che uomo e che prete era padre Jacques Hamel?
Padre Hamel era un uomo che ha vissuto una vita davvero santa. Viveva la povertà evangelica, i beni materiali per lui non erano una preoccupazione, il suo cuore era altrove. Era con Gesù.

Un santo, quindi un uomo eccezionale?
Non esattamente. Un uomo del nostro tempo. Che ha vissuto dentro la società francese del Novecento e ne ha sperimentato le contraddizioni, i problemi, le speranze. Una figura di grande attualità nel suo essere parroco di una comunità ad alta densità di popolazione musulmana, come lo sono molte comunità in Francia e in Europa. Un uomo che, da giovane, aveva sperimentato il divorzio dei genitori, vivendo una condizione comune a molti giovani del suo e del nostro tempo. Un prete che ha attraversato il Concilio Vaticano II ed è rimasto nella Chiesa, mentre molti suoi confratelli hanno cessato di essere preti. Un cristiano e un sacerdote che provava grande empatia con il magistero di papa Francesco: portava la Parola di Dio nelle periferie della società, come chiede il Pontefice. Dio esalta gli umili e padre Hamel era un umile, non amava essere sotto i riflettori anche se oggi tutti guardano a lui. È davvero un’opera di Dio che esalta gli umili.

Una storia di ordinaria santità?
Si potrebbe dire così, del resto la santità è dare cose ordinarie con un amore straordinario, quale quello che esprimeva questo sacerdote, senza mai mettersi in mostra: anzi, era piuttosto timido ma aveva compreso quale fosse l’essenziale in una vita. Non è fare grandi cose ma vivere il Vangelo, facendo cose ordinarie con amore e fede, come ha scritto papa Francesco in un tweet del 2013.

Si dice che amasse molto i suoi parrocchiani e soprattutto i giovani musulmani cui apriva la parrocchia di Saint-Etienne-du-Rouvray. Che cos’è successo quando si è trovato di fronte due di loro che lo stavano massacrando?
Sappiamo che ha urlato “Vattene Satana”. Ha chiamato per nome il male, non l’uomo che lo stava uccidendo. Fino all’ultimo è stato prete: non condanniamo le persone, ma il peccato. Come ha detto il cardinale Becciu non ci si improvvisa martiri, ma lo si diventa giorno dopo giorno accettando di donare la propria vita.

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