ERNESTO OLIVERO. «I sogni dei giovani chiave per la pace»


Paolo Lambruschi sabato 3 novembre 2012
​Il Papa ha aperto l’anno della Fede in occasione del 50° del Concilio Vaticano II. Ernesto Olivero, lei è stato il fondatore del Servizio Missionario Giovani, il Sermig, realtà che si spende per la diffondere la giustizia e promuovere la pace tra i popoli, come ha influito il Concilio sulle sue scelte?A me come a tutti, il Concilio ha offerto la possibilità di accostarsi alla sacra Scrittura. E le mie scelte sono segnate, da sempre, dall’esperienza di entrare nel Vangelo, camminare in ogni sua pagina e ritrovarvi la bellezza della normalità. Ho incominciato ad amare Gesù per la sua logica. Lui dice: amate i nemici. Sembra un paradosso, ma se fossi io il nemico vorrei essere tagliato fuori senza pietà o vorrei che mi si desse una possibilità? Gesù dice di perdonare settanta volte sette, cioè sempre. Le poche volte che uno perdona, come si sente dopo: bene o male? Il Vangelo è stato il mio Concilio, è il mio rinnovamento quotidiano. La Chiesa non è una struttura che deve aggiornarsi, ma una Presenza cui convertirsi, quella di Dio che ha il volto di Gesù.Come accoglie l’invito di Benedetto XVI a diventare "pellegrini del deserto" per tornare a evangelizzare?Non pensiamo di "andare a evangelizzare" con dei discorsi. Dei primi cristiani la gente diceva: guardate come si vogliono bene, come testimoniano il loro amore per Dio, come condividono i loro beni... E Paolo nel suo "testamento pastorale" – testo fondamentale di cui purtroppo non si parla mai – dice negli Atti: «Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù… Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse "Si è più beati nel dare che nel ricevere"». L’evangelizzazione parte sempre dalla testimonianza. Si è spenta la luce, tornare ad essere cristiani 24 ore su 24 sarà la migliore evangelizzazione.Lei è stato eletto cittadino dell’anno dall’Unione europea, che ha appena vinto il Nobel per la pace. È d’accordo con questo premio?È stato un gesto positivo, ora occorre meritarselo con un salto di qualità decisionale condiviso e solidale. Mi piacerebbe che diventasse un’unione di popoli legati non solo da interessi economici, ma dall’interesse per la promozione di pace e sviluppo. Da un lato l’Europa deve far sì che nei suoi Paesi i diritti umani siano rispettati da tutti, anche dai nuovi ospiti; dall’altro deve contribuire a promuoverli nei Paesi nei quali non sono ancora riconosciuti. I Paesi dell’Ue negli ultimi anni hanno usato più volte le armi. Invece questo Nobel deve farci diventare cittadini del mondo, che significa sentire come proprie fatiche, sofferenze e speranze degli altri popoli e agire di conseguenza. Dovremmo ad esempio sentirci padri e madri, fratelli e sorelle di Malala, la ragazza pakistana di 14 anni massacrata dai talebani per il suo impegno a favore dell’educazione femminile. In Italia le inchieste giudiziarie mettono in luce una diffusa corruzione, scandali, abusi e sprechi di denaro pubblico. Dov’è la radice di questa crisi della politica?Nell’avidità che ci ha fatto diventare miopi e ci ha fatto perdere di vista il bene comune. Siamo il Paese di Francesco, Michelangelo e Giotto, Verdi, Marconi e Fermi, Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Alex Zanardi. L’Italia detiene il 40% del patrimonio artistico mondiale e il maggior numero di siti inclusi nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità. Dobbiamo diventare degni di queste eccellenze. Mi fa soffrire l’idea che il mio Paese sia uno dei più corrotti al mondo. Quando parlo di politica mi rattrista poter fare riferimento solo a Zaccagnini, La Pira, De Gasperi e pochi altri. Mi piacerebbe citare nomi di politici italiani contemporanei senza temere brutte sorprese. La politica deve tornare trasparente, rimettersi a servizio del bene comune. Non sono le tasse a risolvere la crisi, ma una nuova coscienza educata alla sobrietà e all’etica.Ha proposte concrete da avanzare?Iniziamo a tagliare la metà dei consiglieri comunali, provinciali, regionali, dei deputati e dei senatori. Eliminiamo alla radice i privilegi, cominciando dai rimborsi spropositati dei politici per proseguire con le liquidazioni faraoniche dei manager d’azienda e le sostanziose pensioni di alcune categorie percepite dopo pochi anni di attività. Chi viene eletto a un incarico istituzionale dovrebbe continuare a percepire lo stipendio di prima dall’azienda per cui lavorava (come i sindacalisti) e chi ha un’attività di tipo imprenditoriale potrebbe autofinanziare il proprio impegno. Ricoprire un incarico istituzionale è un onore, non solo un onere, un servizio e non un privilegio. Bisognerebbe anche rendere esecutiva ed efficace una "legge della restituzione" che preveda la riparazione integrale dei danni provocati alla collettività. Mi è molto caro a questo proposito l’esempio biblico di Samuele che, al momento di cedere la guida del popolo d’Israele a Saul, dice: «A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». La politica deve arrivare a una coscienza talmente limpida da poter guardare i giovani negli occhi senza vergogna. E se lei fosse giovane, avrebbe ancora voglia di rimanere in questo Paese? Quando ero giovane, il vescovo della mia città, il Cardinale Michele Pellegrino, mi ha dato fiducia, ci ha riconosciuti come gruppo quando noi stessi non sapevamo ancora bene chi eravamo. Così è nato il Sermig. Oggi i giovani si sentono persi e cercano un futuro altrove perché in Italia nessuno più investe su di loro. Piangersi addosso non serve, né rifugiarsi nello sballo o chiudersi in casa. Le cose in Italia possono cambiare con i giovani, non senza di loro. Con ragazzi che si fanno promotori del cambiamento mettendosi in gioco nella politica nell’economia, nella cultura nell’informazione, nelle tecnologie e scienze. Il Sermig si è impegnato a metterli al centro. Perciò dico loro: facciamo del nostro meglio perché possano crescere di nuovo in mezzo a noi un Francesco, un Leonardo. Grandi cuori e grandi cervelli, se le comunità cristiane mettessero, nel formare i giovani e nel formarsi, lo stesso impegno che mette un centro sportivo nel preparare i propri atleti per le Olimpiadi, nuovi Zaccagnini, La Pira, De Gasperi non sarebbero un’eccezione. L’ultimo rapporto della Fao indica che un essere umano su otto muore di fame. Allo stesso tempo, un terzo del cibo viene sprecato ogni anno. È una delle battaglie che lei e il Sermig affrontate da mezzo secolo. Riesci a cogliere segni di speranza?Come si fa ad accettare che ogni giorno muoiano 100mila persone di fame? La vera causa non è la mancanza di risorse, ma la cattiva distribuzione. Su questo tema stiamo lavorando ad un grande sforzo tra produttori e consumatori di prodotti agricoli. Fa la differenza non chi si ferma al "non è giusto", ma chi "si investe" su quel "non è giusto". Il Sermig è nato per abbattere la fame nel mondo, è partito con il poco che sapeva fare, semplicemente mettendosi in gioco. A distanza di 48 anni sono 2.971 i progetti e gli interventi di sviluppo: milioni di persone hanno aiutano e sono state aiutate da milioni di persone. Abbiamo sperimentato che la sproporzione è il terreno della Provvidenza. Ognuno di noi è chiamato a metterci sempre tutto il suo pezzo ed è allora che Dio scatena la sua Provvidenza. Non sprecare una goccia d’acqua né un pezzo di pane, è la prima attenzione che chiediamo a tutti i giovani che passano negli Arsenali. È un cambiamento di mentalità che porta a un diverso stile di vita. La guerra in Siria continua e minaccia di estendersi. La presenza del Sermig in Giordania vi ha consentito di conoscerle da vicino. Si può ancora parlare di pace?Pace e dialogo hanno ancora troppo poco peso nella mente e nelle scelte dei governanti, non solo in Medio Oriente. La guerra ha eserciti pronti a combattere 24 ore su 24, ha uomini, arsenali, investimenti, tecnologie, materiali e non porta la pace. Le armi uccidono quattro volte. La prima perché sottraggono risorse all’istruzione, alla sanità, allo sviluppo. La seconda perché distolgono saperi e intelligenze che potrebbero essere impiegate a servizio della vita. La terza perché vengono usate per distruggere e uccidere. Da ultimo, perché preparano la vendetta. Credo invece nella forza dell’incontro. Per favorire il dialogo non bastano convegni nei quali ognuno espone (e spesso mantiene) il proprio punto di vista. Dobbiamo sedere attorno a un tavolo disposti a cambiare qualcuna delle nostre idee. La chiave per il dialogo è una condivisione di vita che promuove il rispetto dell’altro come persona. Dal 2003 questa scommessa per noi ha preso vita a Madaba in Giordania, dove siamo presenti con l’Arsenale dell’Incontro in un ambiente a maggioranza islamica che accoglie bambini diversamente abili e racchiude la profezia di un giorno normale in cui musulmani e cristiani, nel rispetto delle reciproche identità, lavorano insieme per il bene dei loro figli. Altra chiave per la pace sono i sogni dei giovani. Qualche tempo fa a Torino abbiamo ospitato un gruppo di ragazzi israeliani e palestinesi. Pensavano di venire a difendere le proprie posizioni, invece si sono trovati a lavorare gomito a gomito per aiutare a popolazioni colpite da calamità naturali. Chinandosi insieme su chi è in difficoltà hanno dimenticato di essere nemici e si sono ritrovati con gli stessi sogni.
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