«La mia amicizia con Casavola, uomo di fede e di memoria»

L'arcivescovo di Chieti-Vasto traccia un profilo del giurista morto lo scorso 3 gennaio. «Proponeva la dimensione civile e religiosa del vivere a credenti e no»
January 10, 2026
«La mia amicizia con Casavola, uomo di fede e di memoria»
Un ritratto di Francesco Paolo Casavola
Una profonda, antica amicizia mi legava a Francesco Paolo Casavola, il grande giurista morto nella sua Napoli lo scorso 3 gennaio a 95 anni dopo una vita intensissima, in cui è stato tra l’altro professore di Diritto romano, prima a Bari e poi nell’Università partenopea, presidente della Corte Costituzionale, del Comitato nazionale per la bioetica e dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Uomo di fede profonda e di intensi affetti familiari, studioso rigoroso e appassionato, ha pubblicato numerose e importanti opere. Vorrei ricordarne una sola in questa breve memoria: si tratta del libro L’appello del futuro (Studium, Roma 1994), nato da testi scritti in ore diverse, sull’onda di differenti emozioni e ragioni della mente e del cuore, eppure fortemente unitario grazie al filo rosso di un’incessante e vigile intelligenza del tempo, che conserva un’impressionante attualità. Questo perché la pagina di Casavola è anzitutto finissimo esercizio di quell’intus-legere e di quell’inter-legere, che stanno alle radici dell’intelligere: egli sa leggere dentro i fatti, a profondità insospettate, dischiuse solo ad occhi abituati agli orizzonti più grandi e sa collegare gli eventi, i tempi e le prospettive, per illuminarne germinazioni nascoste, trasparenze di trame, orizzonti dischiusi. Appello è un tale esercizio perché punta a risvegliare le coscienze, stimolando quel pensare che s’accende dove non sono ignorati l’ultimo orizzonte e il più alto destino: «Dalla assuefazione dell’intelligenza ci si risveglia solo con una nuova intelligenza che abbia tra le sue risorse critiche, oltre la ragione della mente, le ragioni ultime del destino dell’uomo».
A questo esercizio Casavola si disponeva sul filo della memoria, poiché «l’appello del futuro è una chiamata a ricordare non meno che a immaginare». Egli sapeva bene, da storico del diritto e della civiltà, oltre che da protagonista vigile del tempo, che una memoria indebolita è alleata del sapere illusorio, incline a cedere alla mistificazione facile e pervasiva: i ritratti che traccia nel libro - poderose arcate nelle architetture della memoria religiosa e civile - sono messaggio per l’oggi, sia che parli di Francesco d’Assisi, di Ignazio di Loyola o di don Bosco, sia che accosti le differenti, eppure non di rado convergenti passioni, di Gramsci, Moro, Lazzati o Bachelet. Togliere a un popolo la memoria è togliergli eredità e destino: profonda lezione, questa, per l’improvvisazione e la povertà culturale di tanti protagonisti della vita pubblica del nostro presente! La memoria si fa in lui coscienza: dai grandi scenari della mondialità, segnati dai sistemi di dipendenza fra Nord e Sud del mondo, oltre che dai processi di frantumazione dell’Est europeo, di opposizione della legge della forza alla forza della legge e di diffusa crisi morale, l’intelligenza del tempo di Casavola si sofferma sulle tensioni del vivere insieme: «L’aporia della società complessa sta nella compresenza della massima disomogeneità e della massima omogeneità, che producono individui anonimi, casuali, senza storia». Il travaglio della massificazione si riflette in particolare nell’incapacità che la nostra società manifesta ad accogliere i giovani: alle loro speranze, alle loro esigenze «nessuno dà ascolto». Per loro, soprattutto, diventa necessario tradurre l’eredità della memoria in orizzonti di profezia: «La vita vale la pena di essere vissuta, se lascia memoria, se il futuro si fa intelligibile come storia, se il quotidiano si illumina di speranza nell’implorazione dell’Adveniat Regnum tuum». Occorre ritrovare l’anima, «quel desiderio di altro e di più, oltre il razionale, oltre l’utile, oltre la verità empirica, oltre la libertà politica, oltre la legalità».
È qui che la dimensione religiosa si offre come profonda testimone del senso, purificata da compromissioni indebite, restituita alla freschezza della buona novella: «La religione guadagna consapevolezza ch’essa non è chiamata ad amministrare questo mondo... ma a fare profezia, a proclamare il primato della salvezza personale rispetto ai fini ed alle forme storiche della vita collettiva, beninteso legando il destino futuro di ogni uomo al bene ch’egli avrà fatto al suo prossimo». Ai credenti è chiesto di mediare la loro fede nella storia, di farsi solidali al presente e fedeli al mondo che deve venire, pronti a coniugare le due fedeltà nell’unica forza capace di unirle: la gratuità dell’amore. È così che essi potranno contribuire a riproporre a tutti le ragioni autentiche del vivere insieme, oltre ogni mancata evidenza dei frutti, oltre ogni interesse di parte: «Occorre credere nel valore in sé, non nella sua verificazione. È come credere nella Provvidenza di Dio anche quando si muore nella sventura. Anche questo è gratuità: spendersi senza percepire un contraccambio. Occorre dunque una religione della gratuità, una religione civile, ispirata da quella fede in Gesù, figlio di Dio e figlio dell’Uomo, che sola può contrastare la distrazione degli uomini dal loro vero destino». È questa religione che fa comprendere come «le figure umane che contano non sono rintracciabili tra i fantasmi pubblicitari della politica e del divertimento, ma altrove, in quell’altrove che non fa notizia perché è nascosto nella nostra feriale esistenza quotidiana e non si esibisce con il clamore della straordinarietà, della spettacolarità, dell’ingrandimento divistico o eroico». Di questa religione - ha ragione Casavola a ricordarlo - tutti, credenti e non credenti, abbiamo estremo bisogno per andar oltre le crisi del presente lacerato e inquieto: oggi, come quando egli scrisse le memorabili pagine della sua riflessione su L’appello del futuro.

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