La politica estera ha costretto maggioranza e opposizione alle montagne russe

Il blitz in Venezuela e il caso Groenlandia hanno spiazzato in una settimana la classe politica italiana: la premier e il governo hanno avuto un atteggiamento ondeggiante, tra correzioni di linea ed equilibrismi di coalizione. La minoranza, dal canto suo, si è distinta per nostalgie autocratiche e reticenze
January 10, 2026
La politica estera ha costretto maggioranza e opposizione alle montagne russe
Un corteo di venezuelani che nei giorni scorsi in Italia ha manifestato a favore dell'intervento americano a Caracas / Ansa
Il blitz militare anti-Maduro degli Usa di Trump ha costretto anche la politica italiana a misurarsi con i limiti di certe posizioni, non di rado viziate da ideologismi e da una sorta di “peccato originale” che prevalgono anche sulla realtà dei fatti. Una prova a cui si è dovuta sottoporre per prima Giorgia Meloni, anche nella conferenza stampa di ieri. 
Nei giorni scorsi la premier era passata dall’iniziale adesione acritica (talmente frettolosa da avallare, con la frase sull’«intervento legittimo e difensivo» delle forze Usa, la labile giustificazione del narcotraffico prima ancora che il capo della Casa Bianca invece parlasse in modo esplicito del petrolio venezuelano) a una riconversione, fino alla firma sulla dichiarazione dei 7 leader sulla Groenlandia, che ha segnato almeno un primo altolà alle trame trumpiane. E profittando dell’occasione Meloni ieri ha voluto mettere i puntini sulle "i" sul rapporto con Trump: «Quando non sono d’accordo lo dico a lui, lo sanno gli altri leader», ha precisato ha precisato spingendosi poi a definire i suoi modi «assertivi» (e di più, sul piano diplomatico, non si poteva chiedere). A chi l’ha poi presa di mira ripescando video del 2018 in cui, allora da leader dell’opposizione in Parlamento, invitava a «non disconoscere l’Onu» e invocava invece il rispetto del diritto internazionale (peraltro quello stesso diritto che, va sempre ricordato, noi stessi europei abbiamo comunque violato nel 2011 in Libia e nel 1999 in Kosovo), ha risposto di non aver cambiato idea. Questo richiamo al diritto internazionale mancava però nella nota di Palazzo Chigi di sabato scorso. Così come mancava, e solo in un secondo tempo è stata ricordata dal ministro degli Esteri Tajani, una sottolineatura forte della necessità di una transizione, più veloce possibile, verso il ritorno a un sistema democratico in Venezuela, perché non è ammissibile nel Duemila una colonia americana in stile ottocentesco. Solo libere elezioni potranno condurre il Paese non dove vuole Trump. Quella del governo, insomma, continua a essere una linea ondeggiante, come lo sono d'altronde questi tempi che vedono un quadro internazionale dove torna purtroppo a prevalere la spietata “logica del più forte” (e prepotente) e degli interessi nazionali che fanno saltare tutti i paradigmi.
Una linea tale da essere sorpassata persino dalle preoccupazioni degli ultra-sovranisti europei, da Marine Le Pen a Salvini che, messi in crisi sulla loro base fondativa – la sovranità di ogni Stato appunto, che non si può sacrificare nemmeno alle ragioni di “sicurezza” – (e, chissà, forse condizionati da simpatie putiniane?), hanno ricordato che la via maestra dovrebbe essere quella della diplomazia. Un’affermazione tanto nobile quanto priva di senso pratico, in questo caso: difficilmente un dittatore lo si destituisce senza ricorrere a metodi brutali, la storia lo insegna.
Anche le opposizioni, tuttavia, hanno i loro bei grattacapi. Radicati nella storia del socialismo reale, con i blocchi contrapposti della guerra fredda, e nella mai rinnegata simpatia di certa sinistra per gli autocrati, purché siano della propria parte politica. Come se la democrazia (anche la più turbolenta, vedi quella Usa di oggi) non fosse un valore preminente su tutto. Un sentimento che precipita in una mischia semantica, per cui si confonde l’«autodeterminazione dei popoli» con le violenze brutali di Maduro, in un blocco di esitazioni e reticenze che arriva persino a calpestare le voci dei venezuelani esuli. S’innesta, qui, un antico vizio: per taluni mondi vale sempre il detto che «il nemico del mio nemico è mio amico», anche se dà vita a un sistema dispotico. Così l’avversione al trumpismo (che va si' contrastato dove merita, vedi i dazi e il ricorso alle forze Ice che hanno causato la brutale esecuzione della donna a Minneapolis) supera qualunque altra considerazione.
In un clima da rappresaglia ideologica che non giova. Così facendo si rischia infatti di perdere di vista gli obiettivi. Una conseguenza del nuovo disordine mondiale è che queste ultime crisi certificano passi indietro nell’integrazione europea, quella stessa invocata nei rapporti e che Meloni ha riesumato ieri chiedendo, nella principale novità in campo estero della conferenza stampa, che l’Ue si doti di un inviato speciale per Kiev che faccia parlare l’Europa «con una voce sola» (idea lanciata per primo da Matteo Renzi nel 2022). L’Unione sembra ritornare oggi alla condizione di una mera unione fra Stati, solo economica, priva su tutto il resto di politiche unitarie: lo provano in fondo anche iniziative meritorie come quella dei Volenterosi sull’Ucraina e la dichiarazione congiunta sulla Groenlandia (che non a caso hanno visto relegata in un ruolo marginale la presidente Ursula von der Leyen).
Non si può trascurare poi la basilare autonomia energetica, in assenza della quale siamo passati oggi dalla dipendenza russa a quella Usa che ci tiene sempre con le mani legate. La convergenza delle famiglie politiche europee, al di là delle differenze di base, dovrebbe puntare a difendere e rafforzare gli interessi degli europei, in presenza di leader – da Trump agli altri capi mondiali – che puntano soprattutto a difendere i propri interessi. Solo un’Europa “diversa” può tornare a essere un argine a questo nuovo mondo, che sa di vecchio, e a far pesare quel termine – multilateralismo - che oggi sembra una parola del passato.

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