martedì 7 aprile 2020
Il presidente della Cei, Bassetti: «Subito le Messe con il popolo? No alle polemiche. Nella prova prevale il bene comune». Il cardinale Zuppi: non possiamo far correre pericoli
Il rito celebrato domenica scorsa sul tetto della parrocchia San Pio X nel quartiere romano della Balduina

Il rito celebrato domenica scorsa sul tetto della parrocchia San Pio X nel quartiere romano della Balduina - LaPresse

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«Non è tempo di polemiche, ma di perseveranza nella prova, di lungimiranza nella ricerca del bene comune». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, taglia corto sull’(inutile) discussione “chiese aperte: sì o no” per Pasqua che la politica ha fatto arrivare sotto i riflettori e che alcune frange “tradizionaliste” alimentano sulle reti sociali. In realtà le chiese restano aperte. A porte chiuse si svolgono solo le celebrazioni: comprese quelle del cuore dell’Anno liturgico. Voci solitarie gridano allo scandalo. Qualche sacerdote oltranzista presiede Messe “clandestine” con gruppi di fedeli che magari raduna via chat cambiando gli orari all’ultimo momento, trasgredendo non solo ai divieti del Governo ma soprattutto alle disposizioni del proprio vescovo in una sorta di anarchia ecclesiale. «È tempo di responsabilità e si vedrà chi ne è capace – spiega Bassetti dalle colonne del Corriere della Sera –. La Chiesa italiana ha scelto questa strada: abbiamo a cuore prima di tutto la salute dei fedeli, perché l’anima è sì immortale, ma abita un corpo fragile. Cerchiamo di essere a fianco di chi soffre; nessuno deve essere lasciato solo, perché, come ricorda papa Francesco, nessuno si salva da solo». Il cardinale parla di una Settimana Santa segnata dalla «grande sofferenza per tutti». Però aggiunge: «Dov’è la nostra fede? Nella Parola o in un luogo? Tutti noi oggi viviamo nella condizione degli infermi che non possono partecipare alle celebrazioni: ci è data la grazia di comprendere quanto sia dolorosa la limitazione».


Soltanto una provocazione l’idea di «riaprire» le chiese alle liturgie. Pennisi: no a proposte irresponsabili. Il cardinale Bagnasco: la scelta delle Messe senza popolo non è di basso costo ma nel segno del bene comune. Il vescovo Nerbini: ma si consenta di recarsi in chiesa come si va al supermercato

E sulla scelta della Cei di accogliere le indicazioni dell’Esecutivo chiarisce: «La Chiesa non rinuncia ad alcuna autonomia. Più che soffiare sulla paura, più che attardarci sui distinguo, più che puntare i riflettori sulle limitazioni e sui divieti, la domanda forse dovrebbe essere un’altra: ci sentiamo ancora parte di una comunità che, nelle ristrettezze, vive nella comunione, oppure stiamo ossessivamente rivendicando un’altra idea di Chiesa?». È la stessa posizione illustrata ad Avvenire nei giorni scorsi dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presi- dente dei vescovi europei (Ccee): nessuna arrendevolezza dietro la decisione di celebrare senza i fedeli. «L’arrendevolezza è alla situazione concreta, ai rischi gravi di salute e di vita – dichiara il porporato –. La Chiesa si trova a fianco alle persone e a coloro che ne hanno cura. In questo contesto non si tratta di arrendevolezza a qualcuno, ma di buon senso: non quello di basso costo per giustificare mediocrità o pigrizia, ma di alto profilo perché guarda il bene della collettività».

Anche al cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, «piacerebbe poter celebrare la Settimana Santa e la Pasqua con la comunità», racconta a La Repubblica. Ma, precisa, «rischiare è pericoloso e le regole vanno rispettate e anche la Chiesa ha il dovere di farlo. Come vescovi abbiamo tanto sperato che le celebrazioni pasquali coincidessero con la fine dell’emergenza: purtroppo non è così». Quindi fa sapere: «C’è bisogno anche di Dio, oltre che di scienziati e medici. Per questi giorni così difficili direi, cercando sempre di trarre dalle avversità un bene, che occorre rafforzare la comunione tra le persone e la consapevolezza che la comunità ha bisogno dell’Eucaristia e viceversa».

Comunque dalla Cei alle diocesi, passando per le parrocchie, si sono moltiplicate le possibilità di assistere alle celebrazioni: in tv, sulla radio, via web, nei social. Tutto ciò è frutto della «creatività pastorale», come la definisce l’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, che sulla Stampaboccia le «proposte irresponsabili e pericolose» di taluni perché «non è il momento di allargare le maglie della sorveglianza sanitaria». E sottolinea: «È comprensibile la sofferenza di chi non può prendere parte dall’Eucaristia e neppure piangere i proprio morti al funerale. Ma la fede non è amuleto».

Resta poi la questione della visita alle chiese, che interroga anche Zuppi. Si può entrarvi se sono sulla strada del supermercato o della farmacia, secondo una circolare ministeriale. E qualche pastore prende posizione. «Come vescovi abbiamo chiesto alla Cei di intervenire – afferma il vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, intervistato da La Nazione –. Il paradosso è questo: si chiede agli psicologi di dare sostegno alle persone in difficoltà e intanto si nega la possibilità di andare in chiesa ai fedeli che, se accontentati, riceverebbero un beneficio ben più grande». Nerbini è tutt’altro che un sostenitore delle Messe “aperte” in tempo di coronavirus e più volte ha richiamato alla responsabilità collettiva. «Non stiamo chiedendo di tornare agli assembramenti: solo che venga concessa la possibilità di uscire di casa per andare in una chiesa».

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