Colombia. Nei luoghi di Pablo Escobar ma dalla parte delle vittime


Lucia Capuzzi, inviata in Colombia domenica 10 settembre 2017
A Medellin vengono organizzati tour sulle gesta del noto narcotrafficante la cui vita ha ispirato libri, film e tv. Ma anche viaggi virtuali e reali per fare vera luce su una vera storia criminale
Nei luoghi di Pablo Escobar ma dalla parte delle vittime

Prima fermata: Jardines de Montesacro. Nel cimitero della zona sud di Medellín si trova la tomba di Pablo. Non è necessario aggiungere il cognome. Tutti sanno che si parla di Escobar, il narcotrafficante che ha ispirato il maggior numero di serie tv, libri, film. In effetti, la sua è una vita cinematografica: ha trasformato lo spaccio in un business multimilionario, ha cercato di diventare senatore e, infine, ha lottato senza quartiere contro lo Stato per fermare l’estradizione dei mafiosi negli Usa. Una battaglia terminata sui tetti della metropoli dove costruì la sua fortuna. Medellín appunto, dove venne ucciso dalle forze dell’ordine, il 2 dicembre 1993. La scena è stata resa immortale dal quadro del celebre pittore Fernando Botero, pure lui della città, la seconda più importante della Colombia. Appena vi si atterra, i tassisti fanno a gara per offrire tour nei “luoghi di Pablo”. Ne esistono 13: quattro ufficiali e nove clandestini. In uno, la guida è Roberto Escobar, alias suo fratello e socio. Costa l’equivalente di 30 euro. Niente rispetto a quanto chiede Jhon Jairo Velázquez, meglio noto come il più feroce dei sicari di Escobar: per ascoltare i dettagli dei suoi oltre 300 omicidi si devono sborsare mille dollari. Con poche differenze, tutti e 13 i “narcotour” presentano Medellín come il palcoscenico in cui l’istrionico Pablo ha recitato il suo monologo criminale. Lui è il solo protagonista: non c’è spazio per altri.

Soprattutto per coloro sui quali su cui è ricaduta la sua lucida ferocia. I 402 civili uccisi nei 623 attentati organizzati da El Patrón, i 550 poliziotti assassinati al “costo” di 2 milioni di pesos (poco più di 600 euro), i loro familiari, le centinaia e centi- naia di ragazzini poveri arruolati come “carne da cannone”. «Nessuno ricorda le vittime di Pablo Escobar. Non si sa nemmeno quante siano in totale», dice Mauricio Builes, giornalista e docente all’Università Eafit di Medellín, che ha deciso di recuperarne la memoria. Insieme ai propri studenti, ha creato un “narcotour alternativo”, reale e virtuale, sul sito il filo rosso non sono le “gesta” del boss ma le vite spezzate dalla sua violenza. Si parte, appunto, da Montesacro. E si procede a ritroso, per dodici luoghi emblematici. Come l’edificio Monaco, nell’elegante quartiere Santa María de los Ángeles: l’ex residenza del boss che il Comune ha deciso di trasformare in memoriale. La zona di la Estrella, dove i suoi sicari si riunivano nel bar La casa di Clara Campusano, una delle 111 mamme che ha perso un figlio nell’esplosione del volo Avianca, polverizzato da una bomba del Patrón il 27 novembre 1989. «Mio fratello ci ha messo tre giorni per riuscire a identificare il corpo di Emilio José. Aveva 27 anni», racconta Clara.

«Stiamo continuando a fare ricerche, sia a Medellín sia in altre città che furono ferite da Pablo, come Bogotà e Cali. Vogliamo, inoltre, realizzare una app per cellulare che guidi gli interessati nel tour, fornendo approfondimenti», sottolinea Alejandra Carrillo, una delle studentesse impegnate nel progetto. Tra le tappe in cantiere, c’è Aranjuez, uno dei quartieri popolari da cui proveniva l’esercito di baby-sicari di Escobar. Un’altra delle sue “idee”: arruolare minori che, dopo al massimo tre mesi di carcere, potevano essere pronti a colpire di nuovo. Ragazzini emarginati a cui El Patrón offriva una possibilità - ben remunerata - di vendicarsi del sistema che li aveva esclusi. «Mio fratello Mauricio era uno di loro. Cominciò a “lavorare” per Pablo a 14 anni - dice Gilbert Mesa, autore di ' recente successo letterario in Colombia, e docente alla Pontificia università bolivariana -. Non è riuscito a compierne 18: l’hanno ammazzato due mesi prima. Escobar gli ha rubato la vita e l’infanzia. E ha fatto anche di peggio. È riuscito a imporre alla società il valore del denaro come metro di misura della vita umana e dell’arroganza come strumento per ottenerlo. È una delle persone che più male ha fatto a Medellín e alla Colombia».

© Riproduzione riservata