venerdì 18 maggio 2018
Così i cinque sensi diventano «vie» per la catechesi. Sull’Iniziazione cristiana «inclusiva» il seminario Cei ad Assisi. Suor Donatello: ciascuno deve avere piena dignità ecclesiale.
Una donna cieca legge una preghiera in Braille durante la Messa (Fotogramma)

Una donna cieca legge una preghiera in Braille durante la Messa (Fotogramma)

Includere è la parola d’ordine. Ed è il compito a cui è chiamata l’intera comunità, soprattutto quando la Chiesa si confronta con la periferia esistenziale della disabilità. «La disabilità provoca. Non possiamo nascondercelo. Eppure, come dice papa Francesco, o la Chiesa è casa per tutti o non è Chiesa», spiega suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei. Una sfida al centro del seminario nazionale dedicato a questo ambito che si è svolto nei giorni scorsi ad Assisi.

A fare da filo conduttore l’Iniziazione cristiana che necessita di un “percorso inclusivo”, come evidenziava il titolo dell’appuntamento. «A che cosa serve un cammino di Iniziazione cristiana se non è per tutti? – sottolinea la religiosa della Congregazione delle Suore Francescane Alcantarine –. C’è bisogno di comunità che si lascino trasformare da Dio per diventare grembo fecondo che mentre genera è rigenerato, come Sara matriarca della Scrittura. Del resto non può esistere una catechesi che non sia messa in atto da una comunità che nei suoi modi di dire e di fare sia inclusiva, in cui ciascuno è protagonista e i doni di ognuno sono valorizzati e messi a servizio di tutti».

Il primo passo, però, è abbattere i pregiudizi che anche in una parrocchia possono incunearsi, magari portati dal pensiero dominante dell’“uomo perfetto”. «Si tratta di un’impostazione che, affidandoci alle parole del Papa, genera la cultura dello scarto – afferma suor Donatello –. Invece dobbiamo alimentare la cultura della vita. E la nascita di un nuovo umanesimo non può che contemplare l’incontro con la diversità e con i limiti».

L’evento in terra umbra è stato aperto da una lectio del teologo e frate minore francescano padre Giulio Michelini che ha posto l’accento sulla «scelta di Dio che è da sempre inclusiva». «Però questa intuizione si è un po’ smarrita nel corso del tempo – commenta la religiosa –. Al contrario il Padre abbraccia chiunque e si affida a una pluralità di linguaggi. Anche papa Francesco ce lo ricorda quando nella sua ultima Esortazione apostolica, Gaudete et exsultate, rimarca che la santità è per tutti». Allora, se le vie del Signore sono infinite, possono passare anche dai sensi che aiutano a iniziare alla fede, come ha spiegato il biblista e poeta José Tolentino Mendonça.

«I sensi – osserva la consacrata – sono il portale d’ingresso di un viaggio interiore che coinvolge tutto l’uomo. L’olfatto, il gusto, l’udito, il tatto, la vista sono linguaggi della fede, variazioni infinite sul tema del corpo come lingua materna di Dio che la Bibbia attesta. Diceva sant’Agostino che ognuno ha una porta per cui Cristo entra: nelle persone disabili, dove un senso viene meno, i sensi vicarianti diventano porte dell’incontro con Dio. Ecco perché i cinque sensi e il corpo possono essere un terreno pastorale inclusivo».

Una prospettiva che ad Assisi è stata espressa anche negli atelier sensoriali e nella mostra “O tutti o nessuno!” con alcuni stru- menti pastorali realizzati da diocesi, associazioni e aggregazioni laicali. Le buone prassi sono già una realtà nella Chiesa italiana. «In numerose parrocchie – racconta suor Donatello – grazie a parroci e catechisti si sta lavorando sul pregiudizio. E al termine del cammino alcuni ragazzi con disabilità diventano catechisti. Oppure accade che catechisti sordi diano vita a un coro che con la lingua dei segni anima la liturgia o che catechisti ciechi leggano durante la Messa. Il compito della comunità è, quindi, permettere a ogni suo figlio di essere protagonista».

Ad Assisi la tavola rotonda ha visto coinvolti i diversi uffici pastorali perché «la generatività e l’inclusione delle persone disabili non sono un “problema” di settore», afferma la religiosa che ha i genitori sordi e una sorella disabile intellettiva ed è interprete della lingua dei segni. Quindi prosegue: «Insieme si è desiderato porre in essere un processo trasformativo che inizi sempre più ad avere nella normalità comunità che siano antidoto alla cultura odierna dell’individualismo, del “mio gruppo”, della catechesi speciale o solo sacramentale. Dobbiamo considerare l’esperienza di fede della persona disabile capace di costruire la Chiesa, così come lo è l’esperienza di fede di una persona normodotata».

E suor Donatello suggerisce di passare dalla frase I care (Mi interessa) a We care (Ci interessa). «Ciò vuol dire – conclude – essere comunità che sanno dare la possibilità a tutti di trovare il proprio spazio e di avere una piena dignità ecclesiale».

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