Appunti in parrocchia. La preghiera per i miei poveri: tesoro che sale fino al Cielo


Maurizio Patriciello martedì 29 marzo 2016
 La preghiera per i miei poveri: tesoro che sale fino al Cielo
Anche la Pasqua di quest’anno volge al termine. È stata una giornata bella e faticosa. La mente ritorna alle ore vissute. Ho avuto la gioia di celebrare la Veglia pasquale e tre volte la santa Messa. Ho incontrato tanta gente, stretto tanti mani, asciugato molte lacrime. Ho confessato e predicato. Quanta grazia! Che il Signore me ne faccia degno. I fedeli sono ritornati a casa, domani riprenderanno a lavorare. Il lavoro. L’ho visto, in piedi, in fondo alla chiesa. Luigi in settimana era disperato. È disoccupato, ha tre bambini e in carcere non ci vuole più tornare. Chiede aiuto a tutti per un piccolo lavoro. Inutilmente. Lo fissavo dall’altare. Era appoggiato al muro, la barba incolta e il viso stanco; mi ricordava il pubblicano del Vangelo. Tento di rimediare alla meglio: assicurare che non manchi il pane in casa, l’uovo di cioccolata per i bambini: piccoli aiuti, deboli argini per non far straripare il fiume. Il riposo del prete non è mai ozioso. Anche nel chiuso della sua stanzetta continua la missione. Uno alla volta gli passano davanti i volti e le storie che ha incontrato durante la giornata e si accorge che sono veramente tanti. La sfilata è aperta dai bambini. Uno spettacolo unico. Alla Messa delle 10 predicano loro; io li aiuto, li guido, poi completo. Riescono sempre a cogliere il cuore della Parola di Dio. Non riescono, però, a capire perché poche centinaia di persone debbano possedere la maggior parte delle ricchezze, rapinando ai poveri il pane da mangiare. I bambini. Credo che davanti a questi campioni di umanità dovremmo tremare tutti. Gesù quando gli toccano i bambini diventa severissimo. Poi vengono gli adulti. Li vedo ancora, seduti nei banchi o in piedi in fondo alla chiesa. Composti, seri, attenti. Ognuno con la sua storia, il suo fardello, la sua fede. Solo in paradiso sapremo quanta forza, quanto coraggio, quanta speranza, la preghiera e i Sacramenti hanno donato, nei secoli, e continuano a donare, a milioni di credenti. Eccoli, i miei meravigliosi compagni di viaggio. A quest’ ora, penso, avranno già cenato e messo a letto i figli. Magari stanno ripensando alle parole del Vangelo, o, stanchi, sono già caduti tra le braccia di Morfeo. Il pensiero che c’è un Padre che ci ama e veglia su di noi mi fa venire le vertigini. No, non siamo foglie secche abbandonate ai capricci del vento. Siamo persone create, rispettate, onorate e amate da Dio. Prego per loro. Li chiamo per nome. Ricordo al Signore i loro problemi. Tento, addirittura, di intenerire il Padre del cielo e della terra. Come Mosè mi ritrovo a trattare con lui: «È vero, Signore, Enzo ha sbagliato. Ma tu devi tener conto della sua situazione. Non ha mai ricevuto una carezza, non ha conosciuto i genitori, la vita con lui non è stata tenera ». Continuo, fino a quando... non scoppio in una risata. E allora cambio tono: «Signore, che strana la mia preghiera, sembra quasi che debba ricordarti quanto sei buono. Come se i tuoi figlioli stessero più a cuore a me che a te. Meno male, Signore, che tu non badi troppo a queste cose». Nonostante la consapevolezza che Dio sa tutto, può tutto, che ha a cuore tutti, so che è importante insistere nella preghiera. Preghiera di intercessione, di rendimento di grazie, di lode. Di adorazione. Il motivo non lo so, mi sfugge. Ma non importa. Bisognerebbe chiedere ai mistici, ai teologi, ai santi. Io so solo che Dio è felice che i suoi figli si aiutino, si vogliano bene, intercedano tra loro. E li spinge verso il bene. E mette nei loro cuori il desiderio di impegnarsi. E moltiplica la speranza. E dà fiato alla carità. Mi basta. Anzi, a dire il vero, è troppo. Ho chiuso da un pezzo la porta della chiesa. Le luci sono state spente. Nel buio una lampada arde davanti al tabernacolo. Mistero della fede. Colui che dal niente ha creato le stelle e il sole è illuminato dalla fiammella di un lumino. Colui che la morte non ha potuto imprigionare si è liberamente imprigionato nei nostri cuori. Ci ama troppo, e come tutti gli amanti vuole rimanere con la persona amata. Si è fatto veramente tardi. Pasqua ha già lasciato il passo alla Pasquetta. Meglio andare a letto. Meno male che il cuore non si addormenta mai. Ne approfitto per chiedergli di ripetere al Risorto che anche noi lo amiamo. Che nostro unico desiderio è fare quello che Lui comanda solo per il nostro bene. Perché «un giorno nei suoi cortili è più che mille altrove».
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