venerdì 10 novembre 2017
Parla la nipote Lina Petri, figlia di Antonia Luciani, dopo la proclamazione delle virtù eroiche di suo zio Giovanni Paolo I ricordandone il carattere umile e schivo
Giovanni Paolo I riceve in udienza la sua famiglia. Il fratello Edoardo a sinistra e la sorella Antonia a destra (Siciliani)

Giovanni Paolo I riceve in udienza la sua famiglia. Il fratello Edoardo a sinistra e la sorella Antonia a destra (Siciliani)

Una foto è la memoria di quell’ultimo incontro con i familiari. È quella della mattina del 2 settembre 1978 quando papa Luciani, ricevendo in udienza i familiari, stringe tra le mani il volto di sua sorella Antonia. «In quel momento – ricorda oggi sua figlia Lina – lo zio ci rassicurò subito e ci disse: “State tranquilli perché non ho fatto niente per arrivare fin qui, quindi state tranquilli voi come sto tranquillo io”». La nipote Lina Petri, figlia di Antonia Luciani, l’unica della famiglia a vederlo sul letto di morte, commenta oggi la proclamazione delle virtù eroiche di suo zio Giovanni Paolo I ricordandone il carattere umile e schivo: «Penso che anche di questo ora lassù se ne schernirà» e rileva l’atteggiamento sempre sereno e saggio che mostrava abitualmente seppure dovette affrontare non pochi problemi nel contesto storico di quegli anni.

Quali episodi ricorda di quegli anni?

Ne riprendo uno che è per me significativo del suo limpido atteggiamento pastorale. Nell’autunno 1975 passai a salutarlo prima che lui partisse per il viaggio in Brasile. Erano i primi giorni di novembre, uno o due giorni dopo l’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Gli telefonò l’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti, per chiedere un consiglio sull'opportunità o meno di celebrarne i funerali religiosi. Le circostanze della morte erano considerate scandalose e a me colpì molto come lo zio valutò la situazione in quei tempi: «La sua condotta di vita lasciamola al giudizio del Signore. Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo bisogno della Sua misericordia. Le sue opere artistiche però», mi diceva, «parlavano per lui e d’altra parte, in Friuli, da giovane, era stato attaccato alla pratica cristiana, ed era giusto che tornando adesso alla sua terra, la Chiesa lo accogliesse con la sepoltura cristiana». Mi colpì il suo criterio di valutazione che prima di tutto non condannava, ma salvava il buono. Non amava lanciare anatemi. E questo limpido atteggiamento pastorale mi colpiva tante volte nelle cose che mi raccontava. Una volta battezzò in parrocchia il figlio di mia cugina assieme ad altri neonati, uno dei quali figlio di una coppia irregolare. Mi raccontò che c’era imbarazzo e chi mormorava per il fatto che un cardinale battezzasse anche il figlio di una coppia “indegna”. Lui diceva: «Certo, il papà e la mamma non sono per la Chiesa una coppia regolare, ma il figlio non ha colpa e non per questo gli posso io negare la grazia di Dio. Devo chiedere ai genitori che si impegnino ad educarlo cristianamente e questo lo possono fare, anche nella sofferenza di non essere a posto. Il resto lo lascio alla misericordia di Dio».

Quando è stato l’ultimo incontro con lui prima del Conclave? È stato a Venezia. Era la sera del 5 agosto 1978 e lui era appena rientrato in patriarcato da alcuni giorni trascorsi agli Alberoni, dove si recava sempre in estate per un po’ di riposo al mare. Verso la fine della cena di quel 5 agosto lo chiamarono al telefono e tornando mi disse di aver avuto notizia che papa Paolo VI non stava bene. Rimasi a dormire in patriarcato. Al mattino lo zio mi disse di aver saputo da Roma che Paolo VI era peggiorato. Mi salutò con la raccomandazione di pregare per il Papa. Quella fu l’ultima volta che incontrai lo zio Albino da sola. Lo rividi poi nell’udienza ai familiari e negli incontri ufficiali del giorno dopo.

E fu poi l’unica della famiglia a vederlo sul letto di morte… Il 29 settembre mio fratello Roberto mi telefonò da Levico, poco prima delle 7.30 del mattino, dopo che la mamma ebbe la triste notizia della morte dello zio da mia cugina Pia che la chiamava da Canale. Io risiedevo in un collegio dell’Università Cattolica che si trovava presso la Caritas, non lontano dal Vaticano. Una suora del collegio chiamò subito monsignor Giovanni Nervo, direttore della Caritas, che abitava nel nostro stesso stabile, e insieme raggiungemmo in autobus il Vaticano. Riuscimmo ad arrivare fino all’appartamento, quando ormai saranno state le 8.15 circa. Padre Magee mi riconobbe e mi fece entrare (la suora e monsignor Nervo rimasero fuori), accompagnandomi prima nella cappella, e, poco dopo, nella camera del Papa. Come trovò suo zio? Lo zio era disteso sul letto e indossava il suo vestito bianco. Mi dettero una sedia e mi lasciarono ai piedi del letto da sola. Era aperta la porta che comunicava con lo studio (quello della finestra dell’Angelus). Non so dire il tempo che rimasi lì, a me sembrò molto lungo, in realtà forse rimasi una ventina di minuti o poco più. Della stanza ricordo solo che dal punto dove ero seduta vedevo davanti a me sulla sinistra il letto e sulla destra – tra le due finestre ad angolo della stanza – la scrivania, del tutto sgombra da carte o libri: c’erano solo un crocifisso e la fotografia dei miei nonni materni con in braccio mia cugina Pia, la loro prima nipotina. Verso le nove ho sentito nell’altra stanza un po’ di trambusto e di mormorio. Qualcuno mi disse sottovoce che era ora di andare perché era arrivato il Camerlengo e dovevano rivestire lo zio con i paramenti sacri per l’esposizione nella Sala Clementina, e, infatti, entrò in quel momento il cardinale Villot, costernato e in lacrime.

Lei poi ha potuto incontrare le suore dell’appartamento? Sono stata accompagnata poi in sala da pranzo dalle suore. Qui ho trovato suor Vincenza, una di famiglia per noi. E con lei ho pianto. Soprattutto quando mi ha raccontato che proprio in quei giorni stavano pensando ad una piccola festa per il compleanno dello zio, che sarebbe stato il 17 ottobre, e che lo zio le aveva detto: «So che la Lina è a Roma, dobbiamo invitarla per questa occasione, così impara la strada per venire» (era allora proverbiale in famiglia la mia timidezza…). Suor Vincenza tra i singhiozzi ripeteva: «E pensare che stava bene, di salute si trovava meglio qui a Roma che a Venezia, dove l’umidità non gli giovava. Anche a me diceva sempre: “Suor Vincenza, non è vero che stiamo meglio qui che a Venezia?”». Non ebbi altro tempo di rimanere con lei perché ci fu detto che era ora di scendere e aspettare che aprissero la Sala Clementina dopo che vi era stata composta la salma. Nella Clementina cominciò l’afflusso dei monsignori di curia. Io ero in un angolo e vicino a me c’era un sacerdote che piangeva a dirotto. Era padre Magee che tra le lacrime mi disse: «Sono stato con lui solo un mese, ma per me è stato come un padre». Mia mamma con mio fratello e mio papà arrivarono quella sera in treno da Trento e alloggiarono nel mio collegio alla Caritas. Una delle sere successive mio zio Berto e mia mamma, con alcuni altri di noi andarono a trovare suor Vincenza all’Istituto Maria Bambina, accanto a piazza San Pietro, dove era momentaneamente alloggiata. Dalla mamma seppi che in quell’incontro suor Vincenza li aveva rincuorati, raccontando con sincerità gli ultimi giorni trascorsi nell’appartamento. Era chiaro che nella sua coscienza veniva prima il dovere di dire a noi la verità anche con la confidenza che a trovare lo zio morto era stato chi più gli voleva bene e gli era familiare da anni.

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