giovedì 28 giugno 2012
«Andavo a trovarlo nelle ore in cui la chiesa era deserta, e mi prendevo la confidenza di salire i gradini dell’altare. Toccavo con riverenza, ma con la semplicità del fanciullo, il rosso conopeo, lo baciavo, quasi fosse stato, quello, un lembo della veste del Signore. Poi con l’indice della mano destra davo leggeri e confidenziali colpettini alla porta del tabernacolo, non so se per chiedere permesso o per “svegliare” il Signore in riposo, e gli parlavo così: “Gesù, stammi a sentire. C’è un grosso affare in vista”»…Ci meraviglia oggi, un prete che parla in questo modo. Un prete di campagna, della campagna vicentina, tra gli anni ’30 e ’50, e con di mezzo il sangue e la ferocia della guerra. Un piccolo giovane prete sballottato dai vescovi tra una parrocchia e l’altra; spigoloso, testardo, ma forte come una roccia nella fede trasmessagli dalla madre. Uno che fa mostra di conoscere solo poche cose essenziali: «Il prete che non sa il Crocefisso, non sa niente», gli ha detto sua madre, subito dopo l’ordinazione. E, imparerà lui negli anni, è «tutta questione di pregare per credere, e credere per vivere».Chi vi ricorda questo don Didimo, detto don Lino, da Novoledo di Villaverla in provincia di Vicenza, quinto di dieci fratelli, classe 1912? Sono diverse le reminiscenze che si incrociano nelle pagine del suo diario. C’è una eco del curato d’Ars nella tensione all’educazione cristiana, alla catechesi intesa come educazione alla verità. C’è un’affinità con don Luigi Giussani nel vivere l’amicizia come solo autentico «metodo pastorale»; e anche nella totalità di una fede che non rinnega proprio nulla della vita concreta, della povera «carne». «Uomo in tutto, che non si scandalizzava e non si spaventava di nulla, tanto era certo della sua fede», disse di lui proprio don Giussani. C’è poi, in certi giorni di solitudine e incomprensione, in queste pagine una tenue ombra delle amarezze del Curato di campagna di Bernanos. Ma anche, di quel prete, la colma pienezza; quel profondo sapere, come il parroco di Ambricourt, che infine «tutto è grazia». E c’è infine, più umile, più sorridente, un tocco del don Camillo di Guareschi, in quell’andare a trovare Cristo sull’altare, trattare, proporre, in assoluta confidenza, un «grande affare».Il grande affare raccontato da don Lino era la conversione del signor X, ricco, ateo e duramente anticlericale: «A cose fatte – propone il giovane prete a Cristo – ti lascerò l’anima del signor X, e tu mi lascerai la soddisfazione di avertela condotta». Ecco un sacerdote dunque che confida in Dio tanto da andare a bussare alla sua porta, da far commercio di anime e di grazie; ecco un uomo per cui Cristo nell’Eucarestia è tanto reale che si può andare a trovarlo, approfittando delle ore in cui è solo, e bisbigliargli sottovoce una proposta, che sta a cuore. E, come scrive don Lino stesso, se qualcuno avesse potuto ascoltare quel dialogo muto avrebbe udito «un tremendo parlare con una persona invisibile, ma certamente presente e vicina».Don Mantiero è uomo, e sacerdote, forte, immune da quel male sottile che insidia nella modernità anche i più seri credenti: il pensare in sostanza a Cristo come a un fantasma, a un’ombra che si smarrisce in mezzo alla solida, dimostrabile realtà così come è misurata e intesa dal positivismo di ordinanza. Di modo che di Cristo rimane quasi un ricordo, o addirittura una pia leggenda; quasi fosse una brutale innegabile evidenza il fatto che, ora, quel nostro Dio non vive più.Parla profondamente cristiano, don Lino; ed è una parola che non ha timore di niente. Non dei sofismi del professore ateo che seduce gli studenti del liceo, e che Mantiero affronta impugnando gli argomenti della ragionevolezza della fede (e anche qui c’è un’affinità con il Giussani che affascinava gli studenti del Berchet contestando con la filosofia e con la logica il diktat dell’incipiente pensiero dominante).Non ha timore, quel prete, di sporcarsi le mani, quando nella sua terra si affrontano fascisti e partigiani; e scende in campo, e però rimane profondamente sacerdote nello stare accanto a quei ragazzi nascosti nei casolari, nel dire per loro una clandestina Messa di Pasqua, che per molti è l’ultima. Non ha paura nemmeno, don Lino, di volere bene oltre ogni misura ai suoi ragazzi, che piange poi come un padre, quando non fanno più ritorno. Non teme neanche il diavolo, che gli si mette di traverso nel suo estremo dialogo con quel vecchio ateo moribondo; e quando infine il malato, dopo avere maledetto e bestemmiato, muore baciando il Crocefisso che il prete gli porge, ecco qui davvero pare di intravedere un nuovo curato d’Ars, nella terra che da Vicenza sale verso le montagne.Don Lino è molto giovane quando si ammala gravemente. Una vecchia contadina dice alla madre del sacerdote: «Non preoccuparti, alla salute di tuo figlio penso io». La donna, una di quelle piccole vecchie apparentemente fragili che si consumano nei Rosari, presto si ammala di un tumore che in poco tempo la ischeletrisce, e muore senza smettere di sgranare tra le dita la corona. Ha offerto la vita per il giovane prete.Se ancora comprendiamo che un padre o una madre possano offrire la vita per il figlio, ciò che oscuramente ci appare inaccettabile è in fondo l’idea di un Dio che tolleri, e accetti, un simile sacrificio. Di un Dio che ammette e accoglie la promessa di una povera vecchia, e le manda un cancro, perché possa adempiere alla parola data. Non annusiamo forse in tutto questo un inaccettabile odore di dolorismo, di un ambiguo amore per la sofferenza?Qui siamo al nodo della testimonianza di don Mantiero e della sua prima creatura, la «Dieci», quella alleanza di cristiani che quasi nel nascondimento offrono un po’ della loro vita per la salvezza della comunità. Siamo, anzi, ad Abramo e Isacco, e a quell’idea di «sostituzione» che per noi risulta ostica, ma che il professor Ratzinger descrisse così nella Enciclopédie de la Foi, alla voce «substitution»: «L’idea di “sostituzione” è un dato originale della testimonianza biblica, la cui riscoperta nel mondo attuale può aiutare la cristianità a rinnovare e approfondire in modo decisivo la coscienza che ha di se stessa». Perché il Dio cristiano si mette accanto, al posto dell’uomo, nel fondo della sua sofferenza e solitudine; scende con lui fino negli inferi della morte.Non c’è alcun perverso gusto della sofferenza nel Crocefisso; c’è invece un volere, per amore, essere fino in fondo insieme a chi soffre; nella cella del condannato, nel letto del moribondo. La vecchia donna che offre se stessa per la salute del giovane prete agisce in questa medesima logica; così come il ragazzo partigiano che nel salutare l’amico prete annuncia di avere offerto la sua vita a Cristo per la Chiesa, e poco dopo veramente incontra la morte.La morte e il dolore in questa prospettiva originariamente cristiana, ma nella modernità come dimenticata o censurata, appaiono tanto trasfigurate da essere irriconoscibili. Non viviamo forse noi, pure credenti, con sbalordimento se non con ribellione ogni malattia e sciagura, non la imputiamo forse alla distrazione di un Dio lontano, se non addirittura a un cieco destino? La vecchia che muore per don Lino è il primo motore della rivoluzione concepita da questo prete antico e moderno: amare tanto, da mettersi al posto dell’altro. Anche sulla croce. Nella certezza che «Il prete che sa il crocefisso sa tutto », come dice la madre al figlio.
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