Il caso Signorini uno spettacolo indecente
La vicenda del giornalista e conduttore televisivo ci dice molto di questa società dello scandalo permanente, tra privacy violata e media senza più filtri

Il cosiddetto caso Signorini, che negli ultimi mesi ha alimentato un clamore mediatico crescente, si è progressivamente trasformato in qualcosa che va ben oltre la vicenda personale e professionale dell’interessato, diventando lo specchio deformante di dinamiche sociali malate e di una degenerazione dei costumi che sembra non conoscere confini. Per chi non avesse seguito nel dettaglio l’evoluzione della vicenda, il clamore è esploso con l’apertura di un’indagine per estorsione e violenza sessuale che coinvolge Alfonso Signorini, per anni direttore di testate di gossip e volto simbolo della televisione popolare, nonché conduttore del Grande Fratello Vip, programma che sotto la sua guida aveva assunto un ruolo centrale nel panorama dell’intrattenimento. Signorini nelle ultime settimane era stato accusato dall’ex paparazzo Fabrizio Corona di avere abusato del proprio potere come conduttore del Grande Fratello Vip per ottenere prestazioni sessuali da alcuni aspiranti concorrenti. Corona, per sostenere le sue accuse, ha svelato i contenuti di chat private tra alcuni ex concorrenti e ora è indagato a sua volta per aver diffuso materiale a contenuto sessualmente esplicito (revenge porn).
L’inchiesta nei confronti di Signorini, che si era immediatamente autosospeso dalla conduzione dei programmi Mediaset, ipotizzerebbe dunque comportamenti impropri legati all’esercizio del potere mediatico, a rapporti professionali giudicati ambigui e a presunti favoritismi nella gestione delle carriere e degli spazi televisivi, chiamando in causa anche altri nomi noti dell’ambiente dello spettacolo, collaboratori, autori e personaggi orbitanti attorno al mondo dei reality. È bene ribadirlo con forza: si tratta di accuse tutte da dimostrare, che dovrebbero essere valutate esclusivamente nelle sedi competenti, lontano dal frastuono delle piazze mediatiche. Eppure, come spesso accade, l’indagine è diventata immediatamente un pretesto per scatenare un vero e proprio circo popolare, fatto di illazioni, ricostruzioni parziali, testimonianze indirette e sospetti trasformati in verità presunte.
Lo spettacolo che ne emerge è indecoroso, perché la complessità dei fatti viene schiacciata in una narrazione binaria di colpevoli e innocenti, mentre la prudenza e il rispetto della presunzione di innocenza vengono sacrificati sull’altare dell’audience e del clic facile. In questo contesto riaffiorano con forza i sospetti, spesso generici ma persistenti, di scarsa meritocrazia nell’assegnazione degli spazi di visibilità, come se ogni carriera televisiva fosse il prodotto di scambi opachi e non di competenze, il che finisce per alimentare un risentimento sociale che trova nello scandalo la propria valvola di sfogo. La privacy dei singoli viene sistematicamente violata, trattata come un bene negoziabile, mentre dettagli irrilevanti o intimi vengono esposti al pubblico ludibrio in nome di un diritto di cronaca sempre più piegato alle logiche del pettegolezzo. I media, in questa deriva, rinunciano spesso al loro ruolo di filtro e di mediazione, diventando amplificatori di un clima avvelenato, in cui l’indignazione preventiva conta più dei fatti. I social network completano il quadro, trasformandosi in tribunali sommari permanenti, dove il linguaggio si fa violento, le posizioni si radicalizzano e ogni tentativo di riflessione viene travolto dalla polarizzazione. Il veleno che circola online attorno a casi come quello di Signorini non è un incidente di percorso, ma il prodotto coerente di un sistema che premia l’estremizzazione e penalizza l’equilibrio narrativo. Così il caso specifico finisce per diventare un simbolo, l’ennesima conferma di una degenerazione dei costumi che coinvolge sia la società che i circuiti mediatici, incapaci di sottrarsi alla logica dello scandalo permanente e sempre più lontani da un’idea sana e responsabile di dibattito pubblico.
Ruben Razzante è Docente di Diritto dell’informazione all'Università Cattolica di Milano
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