La crisi demografica
è lo specchio di una società
che non vede futuro

Contro il declino delle nascite servono politiche strutturali e continuative: le risposte parziali non bastano e rischiano di condurci al declino
January 10, 2026
La crisi demografica
è lo specchio di una società
che non vede futuro
Un fiocco rosa annuncia la nascita di una bambina nella casa/ SICILIANI
Il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 27 novembre, in occasione della Giornata Nazionale della Natalità, ha rappresentato un richiamo forte non solo politico, ma profondamente etico, alla responsabilità collettiva verso il futuro del Paese (www.quirinale.it/elementi/145212). Ricordando che l’Italia «non si rigenera» e che «i giovani sono pochi come mai prima», il Capo dello Stato ha dato voce a una crisi che non riguarda solo i numeri, ma il senso stesso di una comunità capace – o meno – di prendersi cura delle nuove generazioni. Intervenendo agli Stati Generali della Natalità, Mattarella ha richiamato l’articolo 31 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di sostenere la famiglia e proteggere maternità, infanzia e gioventù. Non una citazione rituale, ma l’affermazione di un dovere pubblico che interpella la politica e l’intera società. In questo orizzonte si collocano anche le parole di papa Francesco, più volte richiamate dal Presidente. Due anni fa, proprio agli Stati Generali, il Pontefice aveva affermato che «la natalità è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo». Una frase che rovescia la prospettiva: non è la denatalità il problema in sé, ma ciò che essa rivela – una società che fatica a credere nel futuro e a trasmettere fiducia ai giovani. I dati demografici confermano questa lettura. Nel 2024 in Italia sono nati circa 370 mila bambini, il minimo storico, con una riduzione del 34% rispetto al 2008. Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, ben lontano dai 2,1 figli necessari per il ricambio generazionale. La popolazione è sempre più anziana: gli ultraottantenni superano i 4,6 milioni e sono ormai più numerosi dei bambini sotto i dieci anni. Il calo progressivo delle nascite ha svuotato le scuole di quasi un milione di alunni e portato alla chiusura di circa 1.200 istituti, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.
Eppure il desiderio di genitorialità non è scomparso. Molti giovani continuano a immaginare una famiglia con due figli, ma si scontrano con ostacoli economici, sociali e culturali che rendono quel desiderio irrealizzabile. Mattarella ha parlato di giovani «sempre in ritardo», intrappolati in una corsa alla stabilità che arriva tardi, spesso oltre i 35 anni, quando la fertilità femminile declina. Precarietà lavorativa, redditi insufficienti e difficoltà abitative trasformano il rinvio in rinuncia, mentre l’emigrazione di migliaia di giovani all’estero indebolisce ulteriormente il tessuto sociale. Il nodo etico centrale è che maternità e paternità non possono essere ridotte a scelte individuali né sostenute da interventi episodici. L’occupazione femminile resta tra le più basse d’Europa e una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio. Senza servizi adeguati, la conciliazione tra lavoro e famiglia diventa un privilegio per pochi. Gli asili nido restano insufficienti soprattutto nel Mezzogiorno. Il calendario scolastico, con tre mesi estivi di chiusura e un uso marginale del tempo pieno, costituisce un ostacolo strutturale. Come ha ricordato il Presidente, solo condizioni dignitose di lavoro e servizi sociali solidi permettono di scegliere la genitorialità come un bene possibile, non come un rischio. Anche il tema dell’immigrazione va letto in questa chiave. Affrontare la natalità, ha sottolineato Mattarella, non è in contrapposizione con l’integrazione. Nel 2024 oltre un quinto dei bambini nati in Italia aveva almeno un genitore straniero. Sono parte del futuro del Paese e chiedono politiche giuste, sicure e orientate all’inclusione, a partire dai minori che crescono e studiano in Italia. La crisi demografica non è un’urgenza momentanea, ma una trasformazione profonda che investe tutti i pilastri del Paese: scuola, lavoro, sanità, previdenza, coesione sociale. Servono politiche strutturali e continuative: le risposte parziali non bastano e rischiano di condurci al declino. Offrire ai giovani la possibilità di immaginare il futuro è un dovere di giustizia e responsabilità collettiva.
Mario De Curtis è professore di Pediatria
Università di Roma La Sapienza

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