Non ci sarà mai pace se la vita innocente può essere uccisa

Il discorso che papa Leone ha tenuto al Corpo diplomatico obbliga a ripensare i fondamentali. A rimettere in ordine nel pensiero cosciente quanto sappiamo sul significato dell’esistenza
January 10, 2026
Non ci sarà mai pace se la vita innocente può essere uccisa
Un’antica sapienza disse che l’uomo è un “animale politico”. Il sapiens sapiens dell’universo vivente è un “individuo sociale”. Dall’individualità (amore di sé) scaturisce una forza che chiamiamo libertà; dalla socialità (amore del prossimo, relazione) scaturisce una forza che chiamiamo autorità. Centrifuga l’una, centripeta l’altra. Quando le due forze sono in equilibrio il sistema sociale è in equilibrio, e il villaggio umano è in pace. Il discorso che papa Leone ha tenuto al Corpo diplomatico obbliga a ripensare i fondamentali. A rimettere in ordine nel pensiero cosciente quanto sappiamo sul significato dell’esistenza dell’uomo nel cosmo, sulle istituzioni che ne avvolgono la vita, sul genio creativo o l’insipienza del suo cammino. Ampio e complesso orizzonte, il discorso del Papa non è qui riducibile e merita integrale lettura. Ma il nocciolo che colpisce chi cerca di ravvisare nel mondo una tensione verso la giustizia, nell’equilibrio di autorità e libertà, è la presenza di radicali suggestioni. In primo luogo la denuncia della forza come contraffazione dell’autorità poggiata sul diritto.
La forza che opprime, assale, rapina, uccide, comanda nel puro nome di sé stessa è l’atavica maledizione; fucina delle ricorrenti tragedie del mondo. Deprecate ogni volta che sulle macerie si scrive l’estenuata pace dei superstiti; per rinascere ai nuovi massacri, per armi rigenerata. Forza che proprio oggi ancora sembra proporsi nelle dottrine politiche sfuggenti al diritto come dismisura dell’arbitrio (libertà è il mio dominio) e dismisura della tirannia (autorità è gli altri ai miei piedi). Anche più insinuante, più infetta per lo spirito umano è l’insidia alla libertà portata dalle forme striscianti di dittatura del pensiero. Sono in molti a servirsi della deformazione del linguaggio per mascherare, tradire o persino capovolgere i concetti. Il discorso del Papa ai diplomatici non cita esempi di simili trappole, e tuttavia a chi legge s’affacciano spontanee non solo parole truffate come “operazioni speciali” in luogo di guerre ma parole introdotte nei quotidiani dibattiti della nostra vita come “diritto” d’aborto o suicidio “medicalmente assistito” e simili. E con la censura del pensiero e della parola che propone l’aiuto e si prodiga per la cura. Eppure è qui, come in altri check-point etici della libertà umana, al bivio del bene e del male, che il diktat dell’opinione dominante vestita di parole libertarie insidia la libertà di pensiero e di coscienza dell’uomo.
Una libertà, quella del pensiero e della coscienza, che resiste per intrinseca dignità all’autorità della stessa legge. E ha qualcosa di sacro, dagli àgrapta nòmima del mito di Antigone al martirio di Massimiliano, all’inclusione odierna fra i diritti umani inviolabili dell’obiezione di coscienza. Non per ribellione, ma per obbedienza “altra”, nella libertà doverosa che ha il primato della coscienza sul comando del potente di turno. La libertà ha corollari molteplici, a partire dalla libertà religiosa, che le persecuzioni ancora incredibilmente oltraggiano nel mondo. Capire la libertà, amare quella parola che campeggia in cima a tutte le bandiere, a tutti i cataloghi delle leggi umane, esige il coraggio di guardare finalmente senza ipocrisie le situazioni in cui essa è invocata e negata. È così da sempre, è quel grido che nei deboli, nei poveri, nei morti di fame, negli oppressi, nei migranti fuggiaschi dalla morte per guerra o per stento, negli scarti umani, è quel grido che invoca dall’autorità un aiuto invece che una discarica. Infine, è la vita, la nuda vita, il dono che rigenera il villaggio umano in relazione d’amore, la zoè che ha dignità proiettata sull’eterno, è la vita ciò che coniuga libertà e autorità. Il potere di decidere chi può vivere o essere ucciso perde il connotato umano. Per questo il seme della morte che nutre le guerre sta anche in germoglio nella più ambigua contraddizione della modernità sulla vita nel grembo e sull’aborto-diritto. Lì dentro c’è la nostra stessa umanità, c’è uno di noi. E non vi sarà mai pace se la vita innocente può essere uccisa, se il diritto smette di riconoscere chi è l’uomo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA