sabato 8 settembre 2018
Nella «Dichiarazione comune» la richiesta di informazioni corrette sulla loro Chiesa
Così i vescovi cinesi al Concilio: capire prima di giudicare

Risolvere il tormentato problema della nomina dei vescovi cinesi è oggi una priorità per la Santa Sede che da sessant’anni deve misurarsi con una situazione intricata e complessa. In Cina ci sono attualmente circa sessanta vescovi insieme legittimi e “ufficiali” o “patriottici”, cioè riconosciuti sia dalla Santa Sede sia dal governo di Pechino.

A questi si aggiunge il vescovo di Shanghai, Taddeo Ma Daqin che è stato consacrato nel 2012 in modo legittimo e “ufficiale” ma è attualmente “impedito”. Meno di trenta vescovi sono riconosciuti solo da Roma e sette vescovi solo dal governo cinese, anche se sembra che abbiano già chiesto di essere riconosciuti e ammessi alla piena comunione col papa. Mettere fine alle divisioni esistenti e approntare un approccio condiviso alle future nomine episcopali sono dunque obiettivi importanti - innanzitutto sul piano pastorale di un possibile accordo tra la Santa Sede e Pechino. Si sanerebbe infatti una ferita che già durante il Concilio Vaticano II la Chiesa aveva provato a comprendere e affrontare.

Quando Giovanni XXIII convocò il Concilio, si erano da poco avute le prime “elezioni democratiche” e consacrazioni episcopali autonome. Tra il 1958 e l’inizio del 1959 infatti vennero consacrati in modo illegittimo ma valido oltre 20 vescovi cinesi, cosiddetti “patriottici”. In quel momento la paura di un possibile “scisma cinese” era alta. In Cina, non venne data alcuna notizia sul Concilio e i cattolici seppero qualcosa solo attraverso canali privati. Nell’estate del 1959, mentre i vescovi di tutto il mondo venivano consultati per avviare la fase preparatoria, la Santa Sede decise di scrivere ai vescovi legittimi che si trovavano nella Repubblica popolare. Non sappiamo se tale comunicazione giunse effetti- vamente ai destinatari, ma non arrivò nessuna risposta. Al Vaticano II si delineò comunque un gruppo di “vescovi cinesi” che, durante tutto il periodo conciliare, mantenne un regolare coordinamento, assumendo il nome di Coetus Episcoporum Sinensium. Si trattava di cinquantanove padri di cui solo dieci cinesi: sei vescovi di Taiwan e quattro vescovi della Cina continentale che, nel 1949, nel momento del cambio di regime, si trovavano all’estero e non fecero più ritorno in patria ma rimasero formalmente a capo delle loro diocesi.

Vi erano poi i vescovi missionari, espulsi dalla Cina circa dieci anni prima, oltre ai vescovi di Hong Kong e Macao, anch’essi occidentali. Durante il Concilio questi vescovi tennero dodici riunioni e ciò che maggiormente venne condiviso fu la necessità di dare una chiarificazione sulle reali condizioni della Chiesa in Cina, in risposta ad un’immagine negativa che si era diffusa in Occidente. Preoccupati e addolorati per le voci negative di scisma nell’opinione pubblica occidentale, i membri del Coetus pensavano che si dovesse dare un’informazione più rispondente alla complessità della situazione.

Riguardo ai vescovi illegittimi, vi fu chi ricordò che, secondo il diritto canonico, la validità della consacrazione dipende dall’intenzione con cui l’interessato la riceve e, in assenza di libere comunicazioni, non si poteva condannare nessuno prima di averlo interpellato direttamente. La proposta che emerse fu dunque di attendere finché le condizioni avessero permesso ai vescovi cinesi illegittimi di spiegare direttamente al Papa le scelte compiute, rimettendo a lui il giudizio.

Questo è in effetti ciò che poi accadde, non appena i vescovi illegittimi, dopo la Rivoluzione culturale e con la riapertura del Paese dal 1979 in avanti, ebbero la possibilità di chiedere segretamente il riconoscimento a Roma. Altri constatarono che, durante le 'elezioni democratiche' dei vescovi, i sacerdoti cinesi avevano eletto i candidati migliori. Altri ancora affermarono che non si poteva giudicare chi aveva agito sotto l’effetto di un indottrinamento che era stato molto forte nei confronti del clero cattolico. Dopo vivaci discussioni, si arrivò a un accordo sul testo di una Dichiarazione comune dei “vescovi cinesi” al Concilio. Il documento smentiva alcune condanne troppo severe dei giornali occidentali riguardo alla Chiesa in Cina, ricordando che era ingiusto dimenticare vescovi, sacerdoti e fedeli che avevano tanto lottato o che, per la loro fedeltà alla Chiesa, stavano ancora soffrendo o si trovavano in carcere. Riguardo a coloro che avevano aderito all’Associazione patriottica, venne sottolineato che molti erano stati forzati a questo passo. «Osiamo dire – si legge nella dichiarazione – che costoro non nutrono un senso di opposizione alla Santa Sede e alla Chiesa cattolica ».

La Dichiarazione concludeva: «Non sta a noi giudicare i nostri fratelli costretti in tali difficoltà; preferiamo piuttosto ricordare quanto ci fu ripetuto molto spesso da sacerdoti e fedeli: il Sommo Pontefice, i Vescovi, e i cattolici che vivono in libertà, pensano a noi, pregano per noi?» Negli ambienti ecclesiali si venne rafforzando un atteggiamento di maggiore comprensione e simpatia verso la Chiesa nella Cina popolare, senza insistere troppo sulla distinzione tra chi aveva accettato il controllo dell’Associazione patriottica e chi lo aveva rifiutato. Nel 1962 furono fatti passi concreti per invitare al Concilio i vescovi della Cina continentale.

Ciò era reso complicato dalla mancanza di relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino e dalle consacrazioni illegittime: da una parte, la Santa Sede avrebbe voluto invitare solo i vescovi legittimi, ma, dall’altra, ciò avrebbe contribuito ad accentuare la divisione interna alla Chiesa cinese e avrebbe provocato dure reazioni proprio mentre si voleva provare a scongiurare la possibilità di uno scisma. Papa Roncalli, che desiderava invitare i vescovi della Cina continentale chiese il parere del Coetus. Emerse l’idea di invitare a Roma i vescovi cinesi eletti e consacrati prima del 1958, ma fu poi accantonata per l’opposizione di una parte della curia romana e dell’ambasciata di Taiwan presso la Santa Sede.

Anche Paolo VI in seguito riprese, seppure senza successo, il tentativo di invitare i vescovi cinesi almeno per l’ultimo periodo conciliare. Tutto questo attesta come, già dalla fase precedente all’inizio del Concilio, fosse sentita a Roma una viva preoccupazione per le vicende della Chiesa in Cina e fosse aperta una riflessione sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei cattolici cinesi, senza una pregiudiziale a priori orientata verso l’esclusione dei “patriottici”. Altri temi affrontati al Concilio e particolarmente cari ai padri del Coetus furono quelli connessi al rapporto tra la Chiesa e le culture: l’uso della lingua volgare nella liturgia, la promozione della musica e dell’arte sacra con carattere locale ecc. temi rispetto ai quali le missioni cinesi potevano vantare una lunga tradizione. Su di essi il Concilio segnò la svolta che alcuni missionari in Cina, già dall’inizio del secolo, avevano auspicato, ma paradossalmente proprio in Cina la conoscenza e la ricezione di queste novità, che esaltavano le caratteristiche locali, si ebbe molto tardi cioè solo dai primi anni Ottanta, con la fase di “riforma e apertura” del Paese, dopo la morte di Mao.

4 - continua

Le precedenti puntate il 18, 25 e 31 agosto

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