Ma perché i preti stanno sui social? (E no, non c'è solo don Ravagnani)
Ecco cosa significa, per i cristiani, abitare il digitale e che cosa è richiesto ai sacerdoti. L’esperienza di don Manuel Belli e don Marco Ferrari. E le analisi di Massimiliano Padula e Rita Marchetti

Per la Chiesa, stare sui social non è una possibilità: è una necessità. Dov’è la vita, e dove le persone si incontrano, lì va vissuto e testimoniato il Vangelo. Ma i social network vanno abitati con responsabilità. E sentendosi parte di una comunità. Non c’è missione se non a nome della Chiesa. E con la Chiesa. Come sanno bene i cristiani all’opera in questo “ambiente”. Sacerdoti inclusi. Un tema tornato d’attualità in relazione alle recente, dolorosa vicenda di don Alberto Ravagnani, prete “social” popolare soprattutto fra i giovani. Un tema, in realtà, mai scomparso dai radar di chi vive, studia, abita, il digitale cum Ecclesia. Nel cammino dei giorni.
Ecco: cosa significa essere preti sui social? «Significa non dimenticare mai che ci metti la tua faccia, ma per la Chiesa. Puoi parlare di ogni cosa, ma senza mai farne un palcoscenico per mostrare te stesso», scandisce don Manuel Belli, 44 anni, sacerdote della diocesi di Bergamo, ordinato nel 2009. Viceparroco in sei piccole parrocchie della Val Cavallina, docente di storia e filosofia al liceo “Celeri” di Lovere, insegna anche in Seminario e all’Istituto superiore di Scienze religiose di Bergamo. Ma molti lo conoscono grazie al suo “Parroco imbruttito”, con i suoi video capaci di raccontare con ironia la vita della Chiesa. «E i preti mi ringraziano, mi scrivono come sia loro d’aiuto questo sguardo sul loro ministero e sulla comunità cristiana». Don Belli abita da anni i social anche con altre proposte. «Ogni giorno commento il Vangelo e per tante persone è l’unico momento, dentro giornate piene d’affanni, per ascoltare la Parola di Dio e per pregare. Social e spiritualità non si contraddicono. E da questa esperienza online è nata una proposta di esercizi spirituali in presenza, con persone di ogni età che arrivano qui anche dalla Sicilia e dalla Sardegna». Da un paio d’anni, inoltre, don Belli pubblica lezioni di teologia. «Sono lunghe un’ora e toccano temi impegnativi. A volte presentiamo libri con gli autori o dialoghi a due voci su temi di teologia o di spiritualità. Quando con padre Cavallini abbiamo illustrato il metodo ignaziano, abbiamo avuto 500 persone alla diretta e quindicimila visualizzazioni “in differita”...». Ma questa presenza social ha un impatto ulteriore. «La scorsa estate ho raccontato un viaggio in Terra Santa, e il video ha permesso di raccogliere ottantamila euro da destinare a progetti d’aiuto a comunità in condizione di particolare sofferenza. Una risposta davvero generosa». Gli hater? «Non mancano mai, quando usi l’ironia o tocchi temi delicati. La cosa importante – insiste il sacerdote – è ricordare che lo fai per la Chiesa. E che il tuo ministero di prete non può esaurirsi nel digitale: tu sei ministro della carne di Gesù, devi trovare il tempo per incontrare i bambini e gli anziani, gli ammalati e i poveri». Alla radice, «sto sui social per lo stesso motivo per cui insegno in un liceo statale: perché i ragazzi sono lì, perché la gente sta lì. E la missione ci chiama anche lì».
Dunque: «La presenza della Chiesa sui social media non è una scelta opinabile ma una necessità», incalza Rita Marchetti, vicepresidente WeCa (Associazione WebCattolici italiani) e professoressa associata di Sociologia delle comunicazioni all’Università degli Studi di Perugia. «Il motivo è semplice: le piattaforme siamo noi. Le abitiamo, le animiamo, le rendiamo significative. Non sono un “continente digitale” separato dalla vita reale, ma una dimensione pienamente integrata nella quotidianità. È sempre più anche in questi ambienti che la Chiesa è chiamata a rendere testimonianza e a svolgere la propria missione». Per farlo, però, «è necessaria una maggiore consapevolezza. Ciò che accade sulle piattaforme non resta confinato online: parole, immagini e commenti producono effetti reali nelle relazioni, nelle comunità, nel dibattito pubblico. Continuare a parlare di “continente digitale” significa restare prigionieri di una metafora che non descrive più il presente. Se immaginiamo l’online come un altrove, finiamo per alleggerire il peso delle nostre responsabilità, sottovalutando gli effetti delle nostre azioni online». C’è poi una seconda consapevolezza, altrettanto urgente: «Le piattaforme non sono strumenti neutri né semplici canali, ma ambienti algoritmici che determinano cosa vediamo, cosa circola e cosa diventa rilevante. La visibilità non premia necessariamente il valore dei contenuti, ma la loro capacità di catturare attenzione, che è la vera risorsa economica in gioco. Da qui derivano opacità, polarizzazione ed erosione della fiducia». La sfida, ricorda Marchetti, «non è sottrarsi a questi spazi né demonizzarli, ma abitarli con responsabilità e discernimento. Riconoscerne l’ambivalenza è il primo passo per una presenza consapevole, capace di testimoniare senza lasciarsi assorbire da una logica che monetizza l’attenzione più che promuovere relazioni».
Promuovere relazioni. Rigenerare fraternità. Anche tra sacerdoti. È quanto fa don Marco Ferrari, 33 anni, dal 2017 prete dell’arcidiocesi di Milano, oggi vicario parrocchiale in San Vittore a Rho. «Sono su Instagram e ho un podcast su Spotify, “Briciole”, sul quale metto a disposizione di tutti le mie prediche. Faccio piccoli numeri: ma quel che conta sono le occasioni che si aprono per dialogare e lasciare un segno. L’ho visto proprio in questi giorni – racconta –: un mio post sulla vicenda di don Ravagnani è stato occasione per dialogare con tanti sacerdoti, condividere fatiche, tristezze, paure, angosce, per incontrare esempi di vita ministeriale bella e santa, e mi ha dato la possibilità – proprio grazie ai social – di fare esperienza di presbiterio, e di stare accanto a confratelli che hanno bisogno di qualcuno che gli dica: “avanti!”». Ebbene: come abitare, da preti, i social? «La prima cosa: mai da soli ma in rete, preti con altri preti a servizio della Chiesa – risponde don Ferrari –. Secondo: è fondamentale avere una sola identità, essere la stessa persona, sui social e nella vita reale. E se mi confronto con il mio vescovo per iniziare una cosa nuova in oratorio o in parrocchia, faccio lo stesso con il digitale. Infine: non rifuggire il confronto, ma coglierlo come occasione per ascoltare la voce di Dio. Anche quando è difficile. Non devi vivere l’attività sui social come conferma delle tue idee, o come rafforzamento delle tue debolezze, ma come una conversione costante nell’ascolto della realtà». Anche per don Ferrari «i social non devono prendere tutta la tua vita: c’è un altro, c’è un oltre, che va vissuto».
«Non c’è dubbio che la Chiesa debba vivere una presenza sui social network», ribadisce, dal canto suo, Massimiliano Padula, sociologo della comunicazione alla Lateranense. «Non si tratta di un meccanismo di omologazione al tecno-centrismo, né tantomeno di un’operazione di rinnovamento spirituale. Non è neppure soltanto questione di nuova evangelizzazione o di abitare ambienti inediti e parlare linguaggi contemporanei. C’è anche questo, a patto che la comunicazione della fede non si riduca a retoriche o slogan tendenti al vuoto. La “Chiesa social”, cioè quella rappresentata dai milioni di influencer o creator digitali, consacrati e non, è fatta da vite che parlano, che si relazionano e autorappresentano. E che offrono una testimonianza: è in essa che si compie l’incontro creativo tra la Rivelazione e il suo significato, tra l’esperienza di Dio e la sua comunicazione». Tuttavia: «come ogni evento comunicativo non sostenuto da un adeguato processo di formazione – spirituale e pastorale, ma anche umano e culturale – anche la presenza ecclesiale online rischia di perdere spessore testimoniale e densità evangelica – avverte Padula –. Si tratta, quindi, soprattutto di una sfida di saggezza, perché come scrive il teologo presbiteriano William Dyrness in Poetic Theology: “La migliore opera umana in ogni cultura è espressione di ciò che la tradizione biblica chiama saggezza, la capacità umana di estrarre tesori dal tesoro dell’ordine creato”. In questa prospettiva il digitale diventa esperienza teologica. Anche lì, infatti, la creatività umana, liberata dalle logiche della prestazione e dell’autoreferenzialità, può lasciarsi attraversare dall’opera dello Spirito e generare forme sempre più credibili di annuncio».
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