Leone XIV: «L’unità tra i cristiani non rende più poveri ma arricchisce»

di Agnese Palmucci, Roma
«In unitate fidei» è il titolo della seconda Lettera apostolica di Prevost, pubblicata ieri e scritta in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio ecumenico di Nicea. Proprio nella città turca, oggi İznik, il Papa si recherà per la preghiera ecumenica il prossimo 28 novembre, durante il suo viaggio apostolico tra Turchia e Libano, dove sarà dal 27 novembre al 2 dicembre.
November 24, 2025
Leone XIV: «L’unità tra i cristiani non rende più poveri ma arricchisce»
Papa Leone XIV presiede la Messa del Giubileo dei Cori e delle Corali, 23/11/25 (ANSA)
In un mondo «diviso e lacerato da molti conflitti», la comunità cristiana «universale» può essere «segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace». Con la seconda Lettera apostolica del suo Pontificato, «In unitate fidei», pubblicata ieri, papa Leone XIV ha ribadito ancora una volta il suo appello all’«unità» dei cristiani, che affonda le radici con forza nel primo Concilio ecumenico di Nicea, che 1700 anni fa proclamò il “Credo” che unisce i cristiani: la «professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio», vero «cuore» della vita cristiana. Proprio nella città turca di İznik, l’antica Nicea, Prevost si recherà il 28 novembre prossimo, nel secondo giorno del suo primo viaggio apostolico tra Turchia e Libano, per commemorare l’anniversario, che cade in modo «provvidenziale» durante il Giubileo della speranza, con un incontro ecumenico di preghiera. Il Concilio infatti, scrive il Papa nella Lettera, è così «attuale» proprio per «il suo altissimo valore ecumenico», e la recita del Simbolo di Nicea, che si pronuncia durante la celebrazione eucaristica, «ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo», in mezzo a molte «preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle». 
Fare memoria di ciò che è accaduto nel 325 nella cittadina dell’Asia minore è, infatti, ricordare che ciò che unisce i cristiani di tutto il mondo «è molto più di quello che ci divide». La fede «nell’unico e solo Dio», la professione dell’«unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù, Cristo» e dell’«unico Spirito Santo», infatti, si legge nella Lettera che si pone sulla scia dell’enciclica di San Giovanni Paolo II «Ut unum sint», «ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo». Sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, che nasce proprio dal Concilio convocato per arginare le eresie di Ario, sottolinea ancora papa Leone XIV, il dialogo ecumenico ha reso possibile «riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali», riscoprendo «l’unica e universale comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo». Questo ovviamente, aggiunge, senza dimenticare che ancora oggi non esiste una «piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali» e «con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma». Tuttavia, il Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, continua Prevost, «può essere la base e il criterio di riferimento» di questo cammino verso «l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani», perché propone «un modello di vera unità nella legittima diversità». 
Per camminare più spediti verso l’unità, però, occorre prima di tutto lasciarsi alle spalle «controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere», esorta Leone XIV, «per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo», perché «raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore». Quello che propone il Papa, riprendendo i frutti del Concilio di Nicea, tuttavia, non è un ecumenismo che riporta «allo stato precedente le divisioni», né «un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali». Si tratta piuttosto di «un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali». L’unità tra i cristiani, sottolinea ancora Prevost, «non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce» ma, come a Nicea, a cui parteciparono circa 300 vescovi, «questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca». Prima che una «sfida teologica», quella per l’unità è «una sfida spirituale», scrive, «che chiede pentimento e conversione da parte di tutti».
L’altro elemento di grande attualità del Concilio è l’annuncio di un «Dio misericordioso». Il Dio professato dal Credo niceno-costantinopolitano, infatti, ribadisce il Papa, è un Dio «della misericordia», che deve essere annunciato a tutti gli uomini e le donne di oggi. Proprio riguardo a questo l’anniversario di Nicea spinge a un importante esame di coscienza. Nel momento storico attuale «per molti Dio e la questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita», e di ciò, in parte, sono responsabili anche i cristiani stessi, come ha rimarcato il Concilio Vaticano II, «perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo».  Invece di annunciare il Dio dell'Amore, «si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato» in nome suo, «si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce». In un mondo straziato da  «catastrofi», «guerre» e «miseria», conclude il Papa, «possiamo testimoniare la misericordia di Dio alle persone che dubitano di Lui solo quando esse sperimentano la sua misericordia attraverso di noi».

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