Il teologo Salvarani sulla nuova “Charta Oecumenica”: «Fra secolarizzazione e conflitti, Chiese credibili se unite»

Il docente di teologia del dialogo ecumenico e interreligioso: «Le sfide da affrontare? Radicare l’ecumenismo nella vita delle Chiese locali e trasmettere anche alle nuove generazioni europee la passione per l’unità»
November 7, 2025
Il teologo Salvarani sulla nuova “Charta Oecumenica”: «Fra secolarizzazione e conflitti, Chiese credibili se unite»
Assemblea ecumenica europea di Graz, giugno 1997: la preghiera di chiusura. Si tratta di una delle tappe del lungo cammino delle Chiese europee sulla via dell'unità, che ha una sua espressione tangibile nella "Charta Oecumenica" / foto Siciliani
«Abbiamo un disperato bisogno di ecumenismo. Che non è un optional, ma sta al cuore stesso della testimonianza cristiana e della credibilità delle Chiese in Europa. La rinnovata Charta Oecumenica sarà una benedizione se riusciremo a realizzarne la recezione e la restituzione a livello di Chiese locali, nei territori e nel “passaggio di testimone” fra le generazioni. Se riusciremo a portarla davvero nella vita delle nostre comunità». Così Brunetto Salvarani, docente di Teologia del dialogo ecumenico e interreligioso alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna di Bologna, commenta la firma della versione aggiornata della Charta Oecumenica, avvenuta mercoledì 5 novembre 2025 a Roma.
Perché abbiamo un così “disperato bisogno” di rilanciare il cammino dell’unità?
«Ce lo chiede questo scenario segnato da una secolarizzazione sempre più imponente: quella che il teologo Christoph Theobald chiamava “esculturazione del cristianesimo” dalla vita della società europea. Ce lo chiede l’esperienza sempre più comune – certamente nelle città – che vede i cattolici vivere fianco a fianco con ortodossi, pentecostali, protestanti storici. E ce lo chiedono le sfide più drammatiche del nostro tempo: pensiamo alla guerra che è tornata a insanguinare l’Europa, come accade in Ucraina, dove vediamo Chiese diverse benedire eserciti in lotta fra loro. E si tratta di divisioni che costituiscono una controtestimonianza fortissima, capace di minare la credibilità del messaggio evangelico agli occhi di coloro ai quali le Chiese dovrebbero annunciarlo».
A proposito di guerra: la nuova Charta rilancia l’impegno comune delle Chiese per la pace e la riconciliazione. Quali sono gli altri temi qualificanti del documento?
«Si parla di accoglienza dei migranti e dei rifugiati, di urgenza della salvaguardia del creato, di uno sguardo cristiano sulle nuove frontiere della scienza e della tecnologia, come l’intelligenza artificiale e quanto può rimettere in discussione l’umano. E si parla dei rapporti con l’ebraismo e con l’islam in Europa, tema già presente nella Charta Oecumenica del 2001 e rilanciato nel nuovo testo. Ma al di là dei singoli contenuti, quel che è decisivo è che la nuova Charta sia occasione feconda per interrogarsi su come rigenerare il cammino ecumenico».
Ecco: quale impegno serve, a tale scopo?
«Di ogni documento ecclesiale vi sono tre passaggi decisivi, perché si possa dire che ha dato frutto: la traditio, la consegna e trasmissione del suo messaggio; la receptio, la sua ricezione e accoglienza nelle comunità cristiane; la redditio, la restituzione del messaggio che diventa testimonianza attiva, vita vissuta di Chiesa. Riguardo alla Charta Oecumenica del 2001 – ero a Strasburgo quando venne firmata – possiamo dire con franchezza che questo percorso non ha avuto pieno compimento. Lo vedo in Italia, dove scontiamo una certa debolezza del cammino ecumenico – nonostante iniziative esemplari a livello europeo come il Segretariato attività ecumeniche fondato da Maria Vingiani, o realtà come l’Istituto di studi ecumenici “San Bernardino” di Venezia. Quando chiedo ai miei studenti, classi di 20-25 persone, chi conosce la Charta Oecumenica, se dicono “sì” in due o tre è tanto. E siamo fra persone che si dedicano agli studi teologici! Ma anche fuori d’Italia non va meglio, se guardiamo anche soltanto alle citazioni della Charta Oecumenica nella letteratura scientifica».
Che fare, dunque?
«La nuova Charta dev’essere l’occasione per rilanciare un lavoro sui problemi più seri, a partire dalla trasmissione alle nuove generazioni della passione per il cammino dell’unità – forse servono anche linguaggi nuovi, per raggiungere i giovani – e dal radicamento dell’ecumenismo nei territori, nelle diocesi, nei seminari e negli studi teologici – dove le discipline che hanno a che fare con l’ecumenismo restano marginali – e nella vita delle comunità cristiane, perché si arrivi a comprendere e vivere che l’ecumenismo fa parte dell’identità delle nostre Chiese locali».
Leone XIV, ricevendo i membri del Comitato congiunto del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa e della Conferenza delle Chiese europee, i firmatari della nuova Charta, ha parlato dell’urgenza di promuovere dialogo e fraternità di fronte al fragore della violenza e della guerra, i cui echi risuonano in tutta Europa, e ha rilanciato la connessione fra ecumenismo e sinodalità...
«C’è chi ha detto che la catastrofe ucraina ha dato il colpo di grazia all’ecumenismo. Non è vero: è vero invece che questa tragedia chiama a rilanciare l’impegno ecumenico. E riguardo al rapporto fra ecumenismo e sinodalità, papa Leone – in questo anno giubilare dedicato alla speranza, nel 1700° del Concilio di Nicea – va nella direzione additata da papa Francesco, il quale non si stancava di ricordare alle Chiese che, nonostante divisioni storiche e fratture legate a temi di carattere dogmatico, è sempre possibile e necessario “camminare insieme”. Del nostro “camminare insieme” – del nostro promuovere insieme pace, giustizia, salvaguardia del creato, lungo il percorso scandito dalle assemblee ecumeniche di Basilea 1989, Graz 1997 e Sibiu 2007 e che ora ci ha portato alla nuova Charta – ha bisogno l’Europa. Ed è condizione di credibilità dell’annuncio evangelico».

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