Il cardinale di Teheran alla veglia per la pace: «Spazio al dialogo»
di Agnese Palmucci, Roma
Alla veglia diocesana nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran‑Ispahan, ha portato la testimonianza della comunità cattolica iraniana. Dalla sua voce un appello a far tacere le armi
Nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, la veglia di preghiera per la pace promossa dalla diocesi stasera ha visto risuonare una voce arrivata da una terra ferita. Il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran‑Ispahan, ha preso parte all’incontro portando con sé il peso della guerra che ha sconvolto l’Iran e costretto all’evacuazione la comunità cattolica locale. È la sua prima uscita pubblica dopo l’arrivo a Roma, avvenuto nei giorni scorsi in seguito all’escalation militare che ha investito la capitale iraniana. Durante la veglia, il porporato ha pronunciato una preghiera intensa e accorata, un appello che ha intrecciato la sofferenza di un popolo con il desiderio universale di pace. «Preghiamo per la pace. Dio, nei nostri padri grande e misericordioso, Signore della pace e della libertà, tu hai progetti di pace e non di afflizione. Condanni le guerre e abbatti l’orgoglio dei violenti. Tu hai inviato il tuo figlio Gesù ad annunziare la pace ai vicini e ai lontani, a riunire gli uomini di ogni stirpe in una sola famiglia. Ascolta il grido unanime dei tuoi figli», ha detto, dando voce a una supplica condivisa dal mondo intero. Parole che hanno trovato il loro culmine nella richiesta più urgente: «Fai cessare questa guerra nel Golfo Persico. Ferma la logica della ritorsione e della vendetta. Concedi al nostro tempo giorni di pace. Mai più la guerra. Amen».
La presenza del cardinale Mathieu alla veglia assume un significato particolare. Il porporato, che guidava la piccola comunità latina in Iran, ha lasciato Teheran insieme alla missione diplomatica italiana dopo la chiusura dell’ambasciata, all’interno della quale si trova anche la cattedrale della Consolata e la residenza arcivescovile. Il suo arrivo a Roma è stato descritto come un passaggio doloroso ma necessario in un momento di grave instabilità. Il suo intervento alla veglia non è stato soltanto una testimonianza personale, ma un richiamo alla responsabilità collettiva. Nel suo appello, ha invocato la capacità dei popoli e dei loro leader di aprire vie nuove, segnate da gesti di riconciliazione e da scelte coraggiose. Ha chiesto che sia lo Spirito a suggerire «soluzioni nuove, gesti generosi, spazi di dialogo e di paziente attesa», riconducendo ogni iniziativa a quel disarmo interiore che solo la preghiera può nutrire.
La veglia – presieduta dal cardinale Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma – ha così assunto il volto di un incontro tra ferite e speranze, in cui la voce dell’arcivescovo di Teheran ha portato dentro la città eterna l’eco del dolore e della perseveranza dei cristiani dell’Iran. Una presenza che, nel suo silenzioso coraggio, chiede alla Chiesa e al mondo di non distogliere lo sguardo da ciò che sta accadendo e di coltivare la pace anche quando tutto sembra smarrito.
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