18 novembre 1964: no, la Chiesa non è una piramide gerarchica ma un popolo
L’approvazione della Lumen Gentium portò a un rovesciamento nella visione gerarchica. La santità? È per tutti

Il 18 novembre 1964 il Vaticano II approva e promulga una delle sue Costituzioni più importanti: la Lumen gentium (Lg), il grande testo «De Ecclesia», sulla natura e la missione della Chiesa. Il voto è larghissimo: 2.151 sì e appena 5 contrari. Ma la vera novità non sta soltanto nei numeri. Sta nel modo nuovo con cui il Concilio decide di pensare la Chiesa. Per secoli, nei manuali di teologia, la Chiesa era stata descritta come una struttura giuridica perfetta – una societas perfecta – organizzata in forma piramidale: al vertice il Papa, poi i vescovi, quindi il clero e, alla base, i fedeli laici. Una visione chiara, ordinata, ma fortemente gerarchica. Le due parole iniziali che danno il titolo alla costituzione dogmatica, Luce delle genti, esprimono sinteticamente le finalità: è Cristo, la luce delle genti e la sua luce risplende sul volto della Chiesa, perché tutti gli uomini ne siano illuminati mediante l’annunzio del Vangelo.
Durante i lavori conciliari accadde però qualcosa di inatteso. Due cardinali, il tedesco Josef Frings e il belga Léon-Joseph Suenens, proposero una modifica destinata a mutare l’impianto del documento. Nello schema originario i capitoli erano disposti così: prima il mistero della Chiesa, poi la sua struttura gerarchica, e solo alla fine il popolo di Dio. I due padri suggerirono un rovesciamento di prospettiva, una sorta di “rivoluzione copernicana”: subito dopo il capitolo sul mistero della Chiesa, proposero di inserire quello sul popolo di Dio. Solo in seguito, si sarebbe parlato della gerarchia. Così nel II capitolo di Lg si parla di tutti i battezzati, indistintamente: il grande popolo dei christifideles, i fedeli di Cristo. In questo popolo – si può osservare con un filo di ironia teologica – c’è da sperare che rientrino anche il Papa e i vescovi. Il Concilio afferma che popolo di Dio comprende tutti, anche il Papa e i vescovi. Da qui nasce una delle intuizioni più feconde di Lg: tutti i battezzati partecipano, a loro modo, al sacerdozio di Cristo. Il testo parla esplicitamente di «sacerdozio comune dei fedeli», che non riguarda soltanto alcuni, ma l’intero popolo dei credenti, uomini e donne. La Chiesa appare così meno come una piramide e più come un popolo in cammino nella storia.
Il capitolo II presenta una prospettiva profondamente universalistica: tutti i credenti condividono la stessa dignità battesimale, anche se poi svolgono ministeri, servizi e missioni diversi. È uno dei punti in cui il Vaticano II ha segnato un cambio di clima ecclesiale. E tuttavia il documento non è privo di tensioni interne. Nel capitolo IV, dedicato ai laici, riemerge in parte l’impostazione tradizionale. Nella logica del classico dualismo tra naturale e soprannaturale, ai fedeli laici viene attribuita soprattutto la «indole secolare»: la loro missione consiste nel testimoniare il Vangelo nelle realtà del mondo. Il rischio, notato da molti interpreti, è quello di una nuova divisione dei compiti: i laici nel mondo, il clero nella Chiesa. Un riflesso di quella mentalità clericale che il Concilio cercava proprio di superare.
Uno dei capitoli più luminosi resta poi il V, dedicato alla vocazione universale alla santità. I padri conciliari intendono sgombrare il campo da un pregiudizio molto diffuso nella coscienza cristiana: l’idea che la santità sia una sorta di specializzazione spirituale riservata ai religiosi o ai monaci. Lg afferma invece con chiarezza che il comando evangelico «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48) riguarda ogni credente, senza eccezioni. La santità non è la vocazione di pochi, ma la chiamata di tutti.
Il capitolo VI ricorda poi l’orizzonte escatologico di questa vocazione. La santità non è soltanto una meta lontana, da raggiungere alla fine della vita o addirittura dopo la morte. È piuttosto una misura di vita che il credente è chiamato ad apprendere continuamente, lasciandosi guidare da Dio e dalla testimonianza dei santi.
Infine, l’ultimo capitolo della Costituzione è dedicato a Maria. Anche qui il Concilio compie una scelta significativa: collocare la Madre di Gesù dentro il mistero della Chiesa, e leggerne la figura a partire dalla Scrittura. La figura di Maria non è presentata in chiave dogmatica, ma secondo un approccio narrativo che «racconta» la sua vita, la vicenda di lei, facendo scorrere davanti agli occhi (della fede!) il «filmato» del suo itinerario dentro la «storia della salvezza».
La costituzione sulla Chiesa, nonostante la sua qualificazione di «dogmatica» non ha definito nessun dogma. Vi sono pure dei punti che essa volutamente ha lasciato aperti alla riflessione teologica. Su altri, invece, si è impegnata con maggior vigore. Astenendosi dal fare definizioni, Lg «è come una frontiera aperta ad altre conquiste, di cui la dottrina in essa proclamata è principio stimolante e, insieme, punto di riferimento continuo» (U. Betti). A distanza di sessant’anni, Lg resta uno dei testi più decisivi del Vaticano II. Non perché abbia abolito la gerarchia o riscritto la struttura della Chiesa, ma perché ne ha cambiato l’orizzonte di comprensione. La Chiesa, prima di essere una macchina istituzionale, è un popolo convocato dalla Parola di Dio, un popolo di battezzati chiamati alla stessa dignità e alla stessa santità. Un’intuizione semplice, ma capace di cambiare lo sguardo. Per realizzarla c’è ancora molto da fare.
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