Via libera alla stretta sui rimpatri: cosa ha deciso l’Europa

di Corrado Garrone, Bruxelles
Primo ok del Parlamento, con una maggioranza larga, alle misure restrittive, che includono la possibilità di aprire hub fuori dal territorio Ue. Convergenza tra i moderati e la destra. Ora il testo sarà discusso dal Consiglio
March 26, 2026
Via libera alla stretta sui rimpatri: cosa ha deciso l’Europa
Un bus con a bordo un gruppo di migranti trasportati dall'Italia all'Albania / ANSA
La stretta dell’Ue sui rimpatri incassa il primo via libera del Parlamento europeo, inclusa la possibilità di aprire hub fuori dal territorio dell’Unione. Con una maggioranza orientata a destra, che ha messo insieme popolari, conservatori, patrioti e sovranisti, la plenaria dell’Eurocamera riunita a Bruxelles ha approvato con 389 sì, 206 no e 32 astenuti l’avvio dei negoziati con il Consiglio, l’organo rappresentativo dei governi. La prima riunione si è tenuta già oggi, mentre la prossima è in programma a metà aprile: i testi delle due istituzioni non sono troppo diversi, e infatti Cipro, alla presidenza di turno del Consiglio, scommette di poter concludere l’iter entro giugno.
Proposto un anno fa dalla Commissione europea, che aveva puntato il dito contro il relativamente basso tasso di successo degli ordini di espulsione (circa il 20%), il nuovo regolamento sui rimpatri inasprisce le norme dell’Ue in materia ed è il tassello mancante nella riforma del Patto sulla migrazione e l’asilo, che entrerà in applicazione il prossimo 12 giugno. Da un punto di vista politico, superate le tradizionali larghe intese centriste, il voto risente del mutato clima nell’Ue e certifica la convergenza tra moderati e destra radicale, già testata su alcuni dossier ambientali del “Green Deal”. Socialisti (tranne maltesi e danesi), verdi e sinistra si sono schierati contro, mentre i liberali si sono spaccati in tre tronconi fra sì, no e astenuti. Tra gli italiani hanno votato a favore FdI, FI, Lega e Futuro Nazionale; contrari Pd, M5S, Avs e Azione.
Nel dettaglio, la bozza di regolamento approvata oggi dall’Europarlamento parte dall’obbligo di cooperare con le autorità per chi riceve una decisione di rimpatrio. Per chi non dovesse collaborare si aumentano fino a 24 mesi (rispetto agli attuali 18) i termini di detenzione, che vengono estesi ai minori, compresi quelli non accompagnati. In caso di emergenza si prevedono deroghe su alcune garanzie, ad esempio limitando il controllo della misura da parte dei giudici, e disposizioni più severe valgono per i migranti ritenuti un pericolo per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Quanto ai “return hub”, cioè i centri di rimpatrio da collocare al di fuori dell’Ue sulla base di accordi o intese (dei singoli Stati o dell’Ue stessa) con i Paesi terzi, i migranti potranno esservi trasferiti anche in assenza di ogni legame con quella realtà. Al loro interno potranno andare pure famiglie con bambini. Ancora, se non avviene la partenza volontaria, scatta automaticamente l’espulsione forzata, e si prevede la possibilità che gli Stati fissino divieti di ingresso anche permanenti ed escludano il patrocinio gratuito per chi fa ricorso.
Secondo il capogruppo dei conservatori Nicola Procaccini (Fratelli d’Italia), «la linea del governo Meloni è diventata la linea europea sulla dimensione esterna della migrazione»: un riferimento al modello degli accordi con i Paesi extra-Ue avviato con il protocollo Italia-Albania. L’ok parlamentare, gli ha fatto eco da Roma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «è un passaggio importante per rendere i rimpatri più efficaci, rafforzare il controllo dei confini e dare all’Europa una politica migratoria finalmente più credibile». «I cittadini si aspettano azioni decise, e noi le stiamo fornendo. Chiunque non abbia il diritto di rimanere nell’Ue deve andare via», gli ha fatto eco il presidente dei popolari Manfred Weber, a conferma dell’asse sdoganato con la destra che è diventato maggioritario pure fra i leader dei Ventisette in occasione dei summit Ue. Per Cecilia Strada del Pd, «sarebbe più corretto chiamarlo regolamento deportazioni, perché non si tratta più di rimpatriare le persone ma potenzialmente di spedirle in un qualunque Paese del mondo. Le scene che abbiamo condannato negli Usa potranno così diventare realtà in Europa». Anche Avs ha contestato «politiche migratorie di carattere populista e discriminatorio» e «modelli simili a quelli adottati dall’Ice», l’agenzia federale di recente impiegata a Minneapolis. Tra questi metodi, indica l’ong Picum, piattaforma che si occupa di migranti privi di documenti, rientrano «ampi poteri per limitare la libertà di movimento, effettuare perquisizioni, imporre misure di sicurezza sproporzionate e condividere dati personali con Paesi privi di adeguate garanzie». Prima del voto, una rete di 20 organizzazioni della società civile italiana, tra cui Caritas, Centro Astalli, Arci, Terre des Hommes e Cir, avevano firmato un appello agli eurodeputati per respingere, in nome dei diritti dei minori, il testo poi approvato.

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