Un modello di inclusione per infermieri stranieri
Dall’Ecuador all’Italia: Ivonne e Yanza sono due delle ultime professioniste arrivate grazie al programma di Openjobmetis, che non si limita alla selezione di infermieri competenti in Paesi con formazioni compatibili, ma prende in carico l’intero iter di integrazione

«È stato un percorso ricco di cambiamenti e nuove sfide, che mi ha richiesto capacità di adattamento e motivazione, ma anche un cammino di crescita personale e professionale», l’infermiera ecuadoriana Ivonne descrive così il programma che le ha permesso di arrivare in Italia e proseguire qui la sua carriera. Il modello che ha reso possibile l’inserimento di Ivonne, e di tanti altri operatori sanitari stranieri, non si limita alla selezione di infermieri competenti nel loro Paese, ma prende in carico l’intero iter di integrazione – dalla formazione linguistica gratuita fino al disbrigo delle pratiche per l’ottenimento delle deroghe regionali che consentono l’esercizio – permettendo ai professionisti di essere immediatamente pronti a lavorare e fornendo una risposta concreta alle lacune di personale nelle nostre strutture.
A spiegarci come funziona e da dove arriva l’idea è l’Ad di Openjobmetis, Rosario Rasizza, agenzia per il lavoro che si occupa di questo iter facendo da ponte tra le autorità dei diversi Paesi, oltre che tra gli infermieri e le strutture sanitarie in affanno per mancanza di personale. «Secondo la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, mancano all’appello 65mila infermieri solo nel Ssn. In Italia c’è una media di 6,5 infermieri ogni mille abitanti, ben al di sotto della media Ocse che è più di 9. Inoltre, ogni anno perdiamo circa 3mila infermieri che emigrano. Basti pensare ai luoghi di confine. Un’infermiera di Varese va a lavorare a Chiasso che è esattamente a 15 chilometri e guadagna 3.200 euro anziché 1.600». Il progetto di Openjobmetis – Nurses International Recruitment – è nato proprio per rispondere a questo bisogno «e lo fa attraverso un contratto a tempo indeterminato e la messa a disposizione di un alloggio da parte delle strutture sanitarie, permettendo di programmare un futuro qui». In Ecuador, in particolare, sono stati selezionati 150 infermieri su 250 scrutinati. Una decina di loro è già operativa in Italia. Attraverso il programma International Recruitment, negli ultimi tre anni sono state selezionate, formate e inserite in Italia circa mille figure sanitarie. Circa l’85% degli infermieri inseriti nel triennio è donna, con un’età compresa tra i 25 e i 38 anni e un’esperienza professionale media di circa cinque anni. Oltre il 70% ha figli e più del 95% rimane in Italia anche dopo i primi due anni. Insomma, sono professionisti che scelgono di lasciare il proprio Paese per costruire in Italia un nuovo percorso professionale e, spesso, familiare. «Stiamo parlando di persone altamente specializzate, come per esempio le strumentiste per le sale operatorie, una professionalità estremamente ricercata».
Ivonne, che ora lavora in una casa di cura in Italia, è una di queste professioniste che nel suo Paese ha avuto «l’opportunità di lavorare in differenti ambiti sanitari» e «di crescere professionalmente, imparare e, soprattutto, confermare quanto amo la mia professione». Una passione che a un certo punto l’ha spinta a cercare opportunità per crescere ancora, anche se «lasciare il mio Paese, la mia famiglia e tutto ciò che conoscevo non è stato facile». Ma riconosce che grazie a questa opportunità, «oggi posso dire di stare bene, di imparare, crescere ancora».
Anche per Yanza, che ora lavora a Cagliari, gli anni in Ecuador sono stati molto importanti per la sua professione, ma «sentivo il desiderio di vivere una nuova esperienza, uscire dalla mia zona di comfort e cercare nuove opportunità per il mio futuro». All’inizio, «è stato difficile, soprattutto adattarmi a un nuovo ambiente e per la lingua». Oggi, però, «ogni giorno imparo cose nuove e mi sento sempre più sicura nel mio lavoro», a dimostrazione del fatto che, se si è accompagnati adeguatamente, la barriera linguistica può essere superata e tutti ne traggono beneficio.
«La particolarità del programma – fa notare infine l’Ad Rasizza – è che il nostro hub va direttamente nei Paesi con formazioni compatibili, come Ecuador, Perù, Tunisia, Brasile, Paraguay, India, El Salvador, Colombia e Argentina. E grazie alla nostra rete di oltre 160 filiali in Italia, riusciamo poi a coprire tutto il territorio nazionale e le richieste, che arrivano soprattutto dalla Lombardia, seguita da Piemonte e Sardegna». In un sistema in perenne affanno, un’esperienza come questa lascia intravedere, insomma, come l’immigrazione qualificata potrebbe smettere di essere una semplice misura d’emergenza per diventare un ponte strutturale tra le aspirazioni dei lavoratori stranieri e il diritto alla salute dei cittadini italiani.
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