Siamo sempre più antiamericani (e ci sentiamo meno distanti dalla Cina)

I dati delle ultime rilevazioni demoscopiche, da Politico a Swg, dicono che il sentimento di avversione agli Stati Uniti è in crescita, in Italia e in Europa. Finita la retorica sul sogno a stelle e strisce, la pratica della guerra trumpiana spaventa
April 11, 2026
Siamo sempre più antiamericani (e ci sentiamo meno distanti dalla Cina)
Manifestazione contro Trump a Barcellona negli anni scorsi: la Spagna è uno dei Paesi europei in cui è più forte il sentimento antiamericano
Quindici mesi di governo Trump hanno cambiato la percezione degli Stati Uniti nel mondo. Ancor di più in Occidente, una volta giardino di casa degli Usa, e in misura sorprendente in Italia. Lo dicono i numeri delle rilevazioni demoscopiche: a metà marzo, secondo Swg, più della metà degli italiani chiedeva all’esecutivo Meloni di prendere le distanze rispetto agli Stati Uniti (51%). Si trattava di un valore doppio rispetto all’analoga richiesta rivolta rispetto alla Cina (26%). Di converso, appena il 10% dei nostri connazionali si diceva favorevole a un avvicinamento con gli Usa, mentre nei confronti del Dragone la stessa quota saliva al 24%. Anche un sondaggio di “Politico” ha confermato la tendenza, evidenziando a livello europeo come in sei Paesi (tra cui il nostro) la percentuale di chi considera Washington come una minaccia raggiunge il 36%, il triplo rispetto a chi li definisce un alleato stretto.
L’allergia agli States non è cosa nuova, per carità. Ma le proporzioni del crescente antiamericanismo impressionano. Le cause possono essere diverse: il cosiddetto imperialismo a stelle e strisce è sempre stato evocato e contestato nelle piazze da filoni largamente minoritari, eppure nel 2025 ha ripreso fiato e mietuto consensi dopo che dai proclami (di guerra) si è passati ai fatti. Ciò che la retorica sulla “democrazia illuminata” aveva consentito per decenni di nascondere, grazie a leader riconosciuti a livello globale, la pratica della guerra si è incaricata di cancellare in fretta e furia: gli Usa sembrano davvero oggi il gerarca del mondo, perché a guidarli c’è un uomo che ha come metro di valutazione non le regole, ma se stesso. Al disamoramento strutturale di questa parte dell’Occidente, che ha soprattutto nel nostro Paese, nella Germania e nella Spagna i rappresentanti più decisi, si è così unito un antiamericanismo trumpiano, legato cioè alla figura del presidente. A colpire anche i più filo-occidentali è il senso di cupio dissolvi che si coglie nelle parole del tycoon, sempre più propenso a dire: dopo di me il diluvio.
È in fondo questo linguaggio lugubre e divisivo, pieno di gaffe consapevoli e pesanti allusioni, ad aver pesato su un’opinione pubblica sempre più paralizzata e impotente, andando a incidere persino di più nell’immaginario collettivo rispetto alla comunicazione di altre figure come Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, di cui sono noti più i silenzi (e i tragici propositi) delle parole. Ciò spiega, allo stesso modo, perché paradossalmente sembriamo fidarci di più della Cina. Il motivo è semplice: di Xi Jinping e del suo Paese, non sappiamo quasi nulla. Conosciamo la sua potenza, certo, così come la capacità tentacolare di penetrare nel debole Occidente. Ma conosciamo ancora troppo poco. E in una fase come questa, paradossalmente, per Pechino è un punto di forza.

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