Rahim, Liam e gli altri minori migranti soccorsi da Caritas: «Il nostro trauma è anche psicologico»
Oltre sette giovani su dieci nel mondo, tra i 40 milioni costretti ad abbandonare il proprio Paese, vivono ansia e stress post-traumatico. Moltissimi partono per fuggire da disastri ambientali. Il rapporto di Caritas internationalis

Quando Rahim è stato liberato dalla banda organizzata che lo aveva rapito e tenuto ostaggio per quattro giorni, in un campo profughi Rohingya in Bangladesh, ha iniziato a soffrire di attacchi di panico e ansia acuta: a 13 anni, si svegliava di notte urlando e aveva paura di uscire di casa. Sono serviti anni, con l’aiuto del Child Protection Programme di Caritas Bangladesh, per tornare a frequentare la scuola e le attività sportive. Per i quasi 40 milioni di minori che migrano nel mondo, la maggior parte senza famiglia, i traumi più frequenti sono psicologici: oltre sette ragazzi su dieci, tra quelli assistiti dalle Caritas mondiali, hanno sofferto di sintomi da stress post-traumatico. Il 70% soffre per la separazione dai parenti e il 63% riporta sul corpo le ferite del viaggio o delle violenze subite. È questo il bilancio dell’indagine “Childen on the move”, pubblicata ieri da Caritas Internationalis, che ha analizzato i profili dei minori migranti accolti dai vari organismi pastorali in 73 Paesi del mondo. «I bambini sono al centro di tutte le migrazioni – scrivono gli autori del report –, ma la loro presenza spesso sparisce dai dati e, di conseguenza, dalle politiche migratorie».
La maggior parte degli under-18 che migra in Italia, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, è fuggita dal proprio Paese di origine per motivazioni di carattere economico. Ma le Caritas completano il quadro: spesso non è solo una questione di soldi, ma di condizioni ambientali che cambiano e rendono impossibile la vita. I pericoli ambientali e i disastri climatici – spiega il report – hanno interrotto il percorso scolastico di circa 171 milioni di bambini lo scorso anno. L’innalzamento del livello del mare e le inondazioni hanno provocato la distruzione di abitazioni, luoghi di ritrovo e siti religiosi, sradicando di fatto i ragazzini dalle proprie comunità. In generale, spiegano gli autori, anche «la protezione legale resta insufficiente per i minori sfollati a causa del degrado ambientale, che è un fattore in grado di moltiplicare le difficoltà già esistenti».
Un larghissimo numero di minori migranti aiutati dalle Caritas nel mondo è giovanissimo. A differenza di quanto accade in Italia, dove la maggior parte dei ragazzi arriva da sola ad almeno sedici anni compiuti, in 25 dei 73 Paesi ascoltati da Caritas vengono assistiti perlopiù bambini che non hanno raggiunto i 14 anni. Liam Conejo Ramos è uno di loro. È ecuadoriano e vive negli Stati Uniti dal 2024. Nel gennaio 2026, mentre stava tornando a casa da scuola a Minneapolis, è stato fermato e trattenuto dagli agenti dell’Ice: al momento dell’arresto, né lui né suo padre avevano ordini di espulsione a carico. In sette giorni è stato scarcerato, ma la sua condizione è ancora precaria: la domanda di asilo è stata respinta e ora la famiglia spera nel ricorso in appello.
Il suo non è un caso isolato. Quattro persone rifugiate su dieci nel mondo non hanno ancora compiuto 18 anni. E spesso, fuori dal proprio Paese, sono costrette a subire altre violenze prima di raggiungere un luogo sicuro dove chiedere protezione internazionale. «Il transito non è quasi mai una rapida fase intermedia tra origine e destinazione – spiegano gli autori del report –. Si trasforma spesso in una condizione prolungata di incertezza, durante la quale i minori possono trascorrere anche anni in luoghi previsti come soste provvisorie». Molti sono campi profughi o centri per sfollati.
È per questo che, in quei luoghi, Caritas propone di non fermarsi alle risposte emergenziali. Soprattutto i campi per sfollati interni, nelle intenzioni degli operatori, devono diventare scuole, luoghi di assistenza psicologica e studi di assistenza legale. Prima di tutto, però, devono essere centri sicuri: con questo presupposto – concludono gli autori del report –, nei campi nascono «attività ricreative, sportive, artistiche e di apprendimento non formale per aiutare i minori a superare l’isolamento e ritrovare un senso di normalità».
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