Perché la scelta di Navi Pillay è anche un messaggio contro l'impunità
Il Nobel per la pace alla donna che ha lavorato alla Corte penale internazionale rappresenta un riconoscimento per il diritto internazionale, tanto vituperato da dittatori e autocrati dell'era contemporanea. Non rassegnarsi alla legge del più forte significa dare un implicito sostegno a chi lotta per i diritti dei deboli

La pace non si accorda sempre con unanimità di giudizio o con l’apprezzamento condiviso di figure eminenti. Le scelte del comitato norvegese per il Nobel non raramente sono foriere di spaccature diplomatiche o di perplessità in parti dell’opinione pubblica mondiale. È avvenuto, ad esempio, per ragioni molto diverse, con il premio al dissidente cinese Liu Xiaobo o al presidente americano Barack Obama. Nel primo caso si ebbe la forte reazione di Pechino; nel secondo, vi furono le perplessità di chi non vedeva ancora i risultati nel frenare i conflitti delle nuove politiche Usa. Il riconoscimento 2026 a Navanethem “Navi” Pillay è destinato a inserirsi in questo filone. E non è un male, stavolta, così come non lo era “sfidare” Pechino nel 2010. Per i sostenitori del diritto internazionale, delle istituzioni sovranazionali, di una giustizia che superi le frontiere e del contrasto all’impunità del più forte si tratta di un segnale importante e di un motivo per rallegrarsi, data la risonanza del premio a livello globale. Ma dare la medaglia a Pillay, oggi, significa anche mandare un messaggio a quanti si oppongono fieramente alle istituzioni internazionali nelle quali la giurista sudafricana ha ricoperto ruoli di primo piano. In primo luogo, la Corte penale internazionale – di cui Pillay è stata giudice – si trova sotto attacco, e non si tratta solo di un’espressione figurata.
A volerne ridurre drasticamente il potere e l'indipendenza sono la Russia, per il mandato di arresto emesso nei confronti del presidente Vladimir Putin; Israele, per il mandato di arresto emesso nei confronti del premier Benjamin Netanyahu; e gli Stati Uniti di Donald Trump, per l’idea stessa che esista un foro indipendente e non sottoposto agli equilibri di potenza, capace di perseguire e giudicare i responsabili dei crimini di guerra, contro l'umanità e di genocidio. Nove dei diciotto giudici della Cpi, entrambi i viceprocuratori, l'ex procuratore e un membro del personale si trovano attualmente colpiti dal congelamento dei propri beni sottoposti a giurisdizione americana e a restrizioni a tutte le transazioni finanziarie con soggetti Usa. Dato il predominio dei circuiti statunitensi nei pagamenti elettronici, si tratta di una specie di “morte digitale”, come racconta Paolo Benanti nel suo libro “Il caso Guillou. Storia di un'identità cancellata”. Pillay, che ha lasciato la Cpi nel 2008, non è stata colpita da queste misure, ma non ha evitato le più recenti e durissime accuse israeliane. Ha infatti sostenuto, sulla base delle indagini della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta dell'Onu da lei presieduta, che a Gaza fosse in corso un genocidio, circostanza, com’è noto, negata da molti e oggetto di un’accesissima controversia. Le contestazioni alle sue indagini non sono nuove. Già durante il mandato di Alta Commissaria per i diritti umani tra il 2008 e il 2014, Pillay era stata accusata di parzialità da esponenti politici statunitensi per le sue posizioni sullo Stato ebraico, ma anche da governi non occidentali, come lo Sri Lanka, per le sue denunce delle violazioni dei diritti umani.
Le polemiche rischiano tuttavia di oscurare l’alto profilo giuridico della vincitrice del premio per la Pace. Si segnala, in particolare, la valutazione dello stupro come potenziale crimine di genocidio nell'ambito della giurisprudenza del Tribunale per il Ruanda (la storica sentenza Akayesu del 1998), di cui è stata anche presidente. Se oggi ci sembra un’inclusione doverosa, un risultato fondamentale per il diritto penale internazionale, lo si deve anche alla determinazione di Navi Pillay, che nel Sudafrica dell’apartheid ha superato il doppio pregiudizio di essere donna e di colore per raggiungere i vertici degli organismi legali globali. «Lo Stato di diritto senza i diritti umani è soltanto un guscio vuoto», disse intervenendo nel 2012 all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un monito che tanto più vale in questi anni, nei quali si ripresenta l’idea di subordinare il rispetto dei diritti all’affermazione degli interessi dei singoli Stati in una rilettura “realista” delle relazioni politiche a livello internazionale. Sempre all’Onu, due anni dopo, in riferimento alla guerra a Gaza, affermò che «le azioni di una parte non sollevano l'altra dai suoi obblighi in base al diritto internazionale». Una sottolineatura del fatto che il rispetto del diritto internazionale, inclusi i principi di proporzionalità e di tutela dei civili, deve valere anche nella risposta al terrorismo o ad azioni belliche. Esattamente quello che cercano di fare le istituzioni preposte a perseguire una giustizia senza barriere e senza coloriture ideologiche, in nome delle vittime, dei sopravvissuti e di una prospettiva di pace che non si può costruire senza il perseguimento della verità sui crimini e della condanna di chi quei delitti ha commesso. Questo soprattutto rappresenta l’attribuzione del Nobel a Navanethem Pillay, la speranza che pur tra tentativi ed errori – la giustizia umana non sarà mai perfetta – si giunga a riconoscere la necessità di avere strumenti condivisi globali per affermare i diritti e dare garanzie ai più deboli.
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