mercoledì 20 gennaio 2021
Il premier chiede 10 giorni agli alleati per trovare la quadra con i "volenterosi". Resta il nodo delle dimissioni: il capo dello Stato non può chiederle a un premier "rifiduciato"
Giuseppe Conte al Senato

Giuseppe Conte al Senato - Reuters

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Non è un quadro rassicurante quello che restituisce il verdetto di Palazzo Madama, per la navigazione del Conte bis-bis. Il suo esecutivo dopo il testacoda imposto dallo strappo di Italia Viva può riprendere la marcia, ma le prospettive sono ardue. L’astensione della pattuglia dei renziani, unitamente al voto venuto da tre senatori a vita, diventa decisiva nel «sì» alla fiducia. Ciò significa che ogni volta, fino a "nuovi assetti", l’esecutivo avrà bisogno di questo atteggiamento benevolo da parte di una componente al centro della rottura. È questa, a ben vedere, la vera differenza con altri casi di "governi di minoranza" o anche della "non sfiducia" in cui - come ai tempi della solidarietà nazionale - l’astensione era al centro di un accordo politico, fragile quanto si vuole, ma operativo. Uno scenario che mette l’opposizione sulle barricate. Giorgia Meloni aveva già chiamato in causa Sergio Mattarella per non aver inteso concedere al centrodestra la possibilità di andare alle Camere alla ricerca dei voti, all’inizio della legislatura. Situazioni non paragonabili.

Quali saranno le mosse del Colle ora. Certamente Mattarella non resterà inerte di fronte a questo scenario. Chiederà a Conte come intende affrontare questo momento gravissimo con numeri così precari. Non è un mistero che Mattarella sia deluso per la rottura sancita nella coalizione, laddove ora ci si ritrova, paradossalmente, di nuovo insieme - in qualche modo - a tenere in vita l’esecutivo. Dunque l’auspicio è che si stabilisca quantomeno se non un’intesa, un principio di non belligeranza. O che venga fuori una configurazione politica minimamente strutturata per questi "volenterosi", impropriamente chiamati "costruttori" prendendo in prestito la parola usata dal capo dello Stato a fine anno. Matteo Renzi ha già assicurato, per lo scostamento di bilancio, che i suoi voti ci saranno per raggiungere la maggioranza assoluta che in quel tipo di votazione è, invece, necessaria. Sullo scostamento, in ogni caso, converge l’intero centrodestra.

Prassi alla mano, il Quirinale non può costringere alle dimissioni un capo del governo non sfiduciato dalle Camere. Diverso, si fa notare, è il caso di un incarico da conferire, nel quale è ovvio che il capo dello Stato chieda preventivamente alla coalizione su quali numeri pensa di contare per raggiungere la maggioranza, in assenza dei quali giocoforza l’attenzione si sposta verso governi di coalizione che siano in grado di raggiungerla. Mentre se un governo è nel pieno dei suoi poteri la precarietà dei numeri, in caso di "non sfiducia", non compromette la prosecuzione della pienezza dei suoi poteri.

È un ragionamento che porta a presupporre che Conte non si dimetterà, almeno non adesso. Nel pieno dei suoi poteri, il governo anzi convocherà a giorni il Cdm per il varo del decreto-Ristori. Inviato il dl alle Camere, il premier inizierà la trattativa politica finalizzata a mettere insieme i numeri di una maggioranza assoluta anche al Senato, comporre un quarto gruppo parlamentare a sostegno del governo, concordare con la nuova coalizione le caselle di governo e un nuovo patto di legislatura. Per questo lavoro, il premier si è dato e ha chiesto agli alleati dieci giorni di tempo. Analoga richiesta farà al Colle, non appena ci sarà l’incontro con Mattarella.

Entro la fine della prossima settimana, quindi, il premier conta di avere un quadro chiaro. Il premier potrebbe evitare le dimissioni e continuare con il Conte 2 se il patto prevedesse solo l’assegnazione delle deleghe vacanti e messe in gioco (Agricoltura, Famiglia e Pari opportunità, altre conferibili con decreto, Servizi segreti). Se invece il rimpasto fosse più corposo e richiedesse la sostituzione di alcuni ministri, difficilmente Conte potrebbe evitare le dimissioni. In tal caso, salirebbe al Colle con un "patto blindato" sperando di ottenere un re-incarico per il Conte-ter.

Se questi percorsi si inceppassero le alternative sarebbero tre: Conte proseguirebbe con un governo di minoranza previo accordo "solido" con gli astenuti; un nuovo premier potrebbe provare a raccogliere la fiducia intorno a un governo istituzionale; il voto anticipato, con finestra plausibile a giugno.

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