lunedì 4 febbraio 2019
Accoglienza, formazione professionale, integrazione al centro "Matteo Ricci" del Servizio dei gesuiti per i rifugiati con 28 posti letto. Dal Presidente l'invito ad approvare il Global compact Onu
Mattarella inaugura una nuova sede del Centro Astalli
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E' intitolato al primo missionario gesuita in Cina il nuovo centro per rifugiati che si affianca alle strutture del Centro Astalli, attivo dal 1981. Creato ristrutturando i locali della Compagnia di Gesù, sorge accanto al Collegio internazionale, dove è vissuto sant'Ignazio di Loyola, e alla Chiesa del Gesù, dove è sepolto padre Pedro Arrupe, fondatore del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati (Jrs) di cui inizia domani il processo di beatificazione. Accanto dunque al Centro Astalli di via degli Astalli 14, ora rifugiati e richiedenti asilo potranno bussare anche al portone vicino, al civico 13. E all'inaugurazione questa mattina non ha voluto far mancare la sua presenza il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con lui anche il superiore generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa, il sottosegretario della sezione migranti e rifugiati del dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale. A fare gli onori di casa il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti.

«Quel che avviene in ogni parte del mondo - ha sottolineato Sergio Mattarella - riguarda tutte le altre parti e questo sottolinea
l'esigenza di interventi globali sul fronte migratorio». Per il Presidente della Repubblica dunque «nessun Paese da solo è in grado di affrontare o di regolare un fenomeno di questo genere. Occorrono intese globali, come l'Onu sollecita a fare». Parole che sembrano un richiamo al governo italiano, che sull'approvazione del Global compact for migration ha deciso di fare marcia indietro. Voluto dall’Onu nel 2016 all’assemblea generale a New York per cercare una risposta globale al fenomeno, il patto firmato da oltre 190 Paesi ha registrato lo stop dell'Italia. Palazzo Chigi ha deciso di rinviare la sua adesione allineandosi al gruppo dei paesi contrari - tra cui gli Usa e il Gruppo di Visegrád - cancellando anche la sua partecipazione al summit Onu di Marrakech, in Marocco, che tra il 10 e l’11 dicembre adotterà il documento.

Sergio Mattarella è intervenuto dopo avere ascoltato le testimonianza di due ospiti del Centro Astalli. Charity, 25 anni, camerunense, è laureata in economia e contabile a Yaoundé in una ong per i diritti delle donne e dei bambini. Ma deve fuggire dal suo paese dopo l'arresto di suo padre insegnante - di cui non si sa più nulla - e del fratello. Entrambi colpevoli solo di avere manifestato per il diritto all'istruzione pubblica. Incarcerata anche lei, per avere manifestato davanti alla prigione dei suoi familiari, riuscirà a evadere a causa di un incendio della prigione e ad arrivare a Roma dove ottiene l'asilo. Ora sta cercando lavoro, in attesa del riconoscimento del suo titolo di studio.

Ancora più drammatica la storia di Sohrab, afgano, anche lui 25 anni. A 14 anni fugge «da un paese in cui la guerra non è mai finita davvero», dice. Arriva in Turchia e da lì con un gommone in Grecia. Dopo molti tentativi infruttuosi di partire con un tir, «dentro, sotto, sopra la cabina del guidatore», si mette in cammino: Macedonia, Serbia, Ungheria: «Tanti paesi, tanti rifiuti, tante prigioni diverse». Arriva in Italia: «A Roma non mi hanno messo in carcere». In tre anni prende la licenza media e il diploma delle superiori, vince una borsa universitaria e si laurea in ingegneria meccanica alla Sapienza. Si sta specializzando ed è ospitato in una comunità religiosa. «Il progetto di integrazione che sto portando avanti grazie a tante persone di buona volontà mi fa credere che potrò essere utile a questo Paese. Dopo tanti rifiuti, in Italia per la prima volta mi sono sentito accolto». Mohamed, rifugiato egiziano arrivato come minore non accompagnato, a Mattarella ha regalato una scatola di legno che ha intagliato. Ha seguito un corso e ora lavora come restauratore in legno nelle chiese storiche.

«L'accoglienza e l'integrazione sono la risposta alla concretezza» delle storie raccontate dai rifugiati, ha detto il Presidente della Repubblica: «Ci hanno narrato le loro storie presentandoci, al di là delle tante ricostruzioni teoriche, la sofferenza, i conflitti, le difficoltà dell'arrivo in Europa. Questa concretezza di storie vissute - ha aggiunto - dà ragione del perchè in questo centro si intende praticare accoglienza e integrazione» avendo «ben chiaro che al centro di ogni cosa vi è la dignità di ogni persona umana e la solidarietà fra tutte loro».

Come dono al nuovo Centro Matteo Ricci papa Francesco ha voluto affidare a padre Michael Czerny, sottosegretario della sezione migranti e rifugiati del dicastero Vaticano per lo Sviluppo umano integrale, un crocifisso alto 80 centimetri, versione più piccola di quello alto quasi tre metri e mezzo che l'artista cubano Alexis Leyva Machado, detto "K'cho", ha realizzato come dono da Raùl Castro per il Pontefice al termine della sua visita a Cuba nel 2015. E' un Cristo che solleva benedicente una delle mani crocifisse, su una croce fatta - nell'originale - con remi di barche legati tra loro, che il Papa ha donato alla parrocchia di san Gerlando a Lampedusa. Ma non è stato l'unico dono di Papa Bergoglio: «Il Santo Padre, rammaricato per la mancanza di finanziamenti pubblici per i migranti vulnerabili che oggi a Roma necessitano di un ricovero - ha sottolineato - dona anche il necessario per il primo mese di attività del centro».

Oltre all'accoglienza materiale di 28 posti letto, il centro Matteo Ricci offre percorsi di inclusione sociale e di formazione con corsi di informatica, di lingua, di educazione finanziaria. Sarà attivo anche un servizio di orientamento e supporto alla ricerca del lavoro, oltre ad attività culturali, artistiche, di socializzazione e di cittadinanza attiva.





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