domenica 21 ottobre 2018
Il vescovo Piazza rilancia l'impegno contro la prostituzione minorile: «A Mondragone la Chiesa c'è, ora servono le istituzioni»
Il vescovo: lo Stato faccia la sua parte sui minori in vendita

«Un dramma». Così il vescovo di Sessa Aurunca, Orazio Francesco Piazza, definisce il fenomeno della prostituzione minorile sul lungomare di Mondragone, denunciato da Avvenire lo scorso 10 ottobre fa e ripreso da altre testate giornalistiche. «Esprimo – aggiunge – la massima solidarietà nei confronti delle giovani vittime e la totale condanna per chi li sfrutta.
Chi è costretto a vivere degradi umani è sempre in una condizione di sudditanza costruita attraverso marginalità che la società purtroppo permette». Assicura che «da parte nostra l’attenzione è alta soprattutto per garantire anche a questi ragazzi l’opportunità di trovare altri spazi dove poter crescere serenamente. Noi, come abbiamo sempre fatto, non ci tireremo indietro». Ma richiama tutti alle proprie responsabilità. «Alla denuncia di questi drammi deve corrispondere un impegno da parte non solo della Chiesa ma di tutte le istituzioni e della società civile, per creare quel controllo sociale che permette di evitare questi danni».


Il vescovo Piazza

Il vescovo Piazza

Monsignor Piazza come è possibile che accadano questi fatti?

Le difficoltà sociali del territorio possono generare anche quest’altro dramma. Ma, come ha scritto Avvenire, non è certo un fatto esclusivo di Mondragone. Purtroppo anche in altri contesti questo dramma colpisce la società civile. Un dramma di cui anche noi vorremmo avere consapevolezza più chiara attraverso le indagini che le istituzioni preposte dovrebbero avviare per fare luce e su cui la nostra attenzione sarà sicuramente molto alta. Ma ricordo anche il dramma della prostituzione femminile nella periferia che è sotto gli occhi di tutti e su cui nessuno si esprime.

In questi giorni la Chiesa è stata accusata di stare in silenzio. Come risponde?

Il nostro silenzio non è assolutamente di copertura ma rispettoso perché chi deve operare lo faccia nella massima tranquillità e possa arrivare a definire il problema. Non abbiamo il monitoraggio concreto di tutte le situazioni. Ci sono istituzioni che nella prevenzione, nella tutela e nell’attenzione hanno strumenti con cui agire. Noi abbiamo tutta la voglia di affiancarci alle istituzioni. È ovvio che la nostra preoccupazione per chi deve vivere e subire questo degrado è molto alta. Come sempre siamo pronti a stare vicino, ad accogliere, a sostenere in ogni forma di solidarietà. Il nostro silenzio è di fronte a questo circo mediatico che più che impegni alimenta un dibattito che cerca colpevoli senza però creare le condizioni per delle risposte. La scelta di tacere non è perché noi questo problema non lo vogliamo affrontare, ma discutiamo il modo inadeguato e strumentale con cui alcuni organi di informazione lo stanno vivendo, invece di aiutare il territorio a risollevarsi.

Non è solo un problema di chi si vende, ma anche di chi compra questi ragazzini.

Un contesto sociale che alimenta questa possibilità mostra un degrado morale su cui bisogna prestare massima attenzione.

La Chiesa cosa fa per questi ragazzi e più in generale per la comunità rom bulgara che vive nei fatiscenti palazzi Cirio?

Non è di oggi l’impegno per le persone marginalizzate che tanti problemi devono affrontare. In particolare per promuovere l’integrazione di questi ragazzi abbandonati a se stessi, mentre i genitori sono sui campi sfruttati dai caporali.

Un altro gravissimo dramma di questo territorio. Strettamente legato a quello dei ragazzi. Come intervenire?

Proprio per il caporalato abbiamo denunciato la necessità di intervenire e creare condizioni di dignità per consentire uno sviluppo sereno delle famiglie e l’opportunità per i ragazzi di integrarsi. In questo senso ci stiamo attivando, ma non da oggi, per creare condizioni di accoglienza e di sostegno per loro. Ne sono testimonianza la mensa, il doposcuola per superare il disagio scolastico, il sostegno psicologico e sociale, attraverso il consultorio. E anche il parroco don Osvaldo, chiamato in causa perché ha espresso la difficoltà di definire il problema perché non ha nelle sue corde la possibilità di certificarne l’entità, è un sacerdote in prima linea che sta vivendo da tempo l’impegno proprio per questi ragazzi.

Ci sono state disattenzioni e ritardi delle istituzioni?

Assolutamente sì. Allo stato delle cose la possibilità di monitorare il territorio e di rilevare situazioni così drammatiche non è nelle capacità della Chiesa che interviene e sarà vicina in ogni modo, e lo stiamo già facendo. Però le istituzioni che possono e devono guardare al territorio con gli strumenti adeguati a questo tipo di azione, devono accendere una luce istituzionale molto seria per poter vedere entità e gravità del problema. E intervenire.

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