sabato 1 luglio 2017
L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è di un mese fa, quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti.
La Corte dell'Aja indaga sulla Guardia costiera libica: «Gravi crimini»

C'è anche la rediviva Guardia costiera libica nel mirino della Corte penale internazionale dell’Aja. L’ufficio del procuratore internazionale sta acquisendo documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence che accusano i guardacoste di Tripoli, recentemente riforniti da mezzi navali italiani, di «crimini contro l’umanità».
L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è di un mese fa, quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti. Nel corso della sparatoria, il natante della Guardia costiera di Tripoli, tentò di speronare la nave di una organizzazione umanitaria tedesca intervenuta per soccorrere i migranti.
Che la sorveglianza libica sulle proprie coste lasci a desiderare lo conferma l’ennesima tragedia. Circa 60 migranti risultano dispersi dopo che l’imbarcazione su cui stavano viaggiando alla volta dell’Italia si è capovolta. È quanto hanno raccontato al personale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) i sopravvissuti arrivati ieri a Brindisi.
A l’Aja le bocche sono cucite, ma da quanto è possibile ricostruire, le accuse sono a vasto raggio. C’è infatti il sospetto che marinai libici siano al soldo dei trafficanti di uomini e che, a vario titolo, siano parte della filiera delle deportazioni. I migranti "soccorsi" dai guardacoste vengono spesso riportati a terra e rinchiusi nei centri governativi all’interno dei quali si svolgono aste per la vendita dei malcapitati al mercato degli schiavi: bambini compresi.
«Il mio ufficio continua a raccogliere e analizzare informazioni relative a crimini gravi e diffusi, presumibilmente commessi contro i migranti che – ha spiegato il procuratore Fatou Bensouda, in un circostanziato rapporto trasmesso al Consiglio di sicurezza dell’Onu – tentano di transitare attraverso la Libia». Le investigazioni avvengono anche «collaborando e condividendo informazioni con una rete di agenzie nazionali e internazionali».
La Guardia costiera, dunque, sarebbe stata infiltrata da emissari dei trafficanti, sempre prodighi di dollari e favori per quanti accettano di mettersi a disposizione dell’industria delle vite a perdere. «Sono sgomenta – si legge ancora nel testo consegnato al Palazzo di Vetro dalla gambiana Bensouda – dai credibili resoconti secondo i quali la Libia è diventata un mercato per la tratta degli esseri umani».
Le informazioni che arrivano negli uffici olandesi del tribunale internazionale contrastano con le dichiarazioni di Tripoli a proposito del trattamento riservato ai migranti, specie dopo gli accordi siglati con Paesi come l’Italia. «La situazione è terribile e inaccettabile», spiegano dalla Cpi.
Notizie che arrivano proprio quando l’Europa si appresta a varare nuovi stanziamenti. Si parla di 40 milioni di euro dal Trust Fund per l’Africa per progetti in Libia (guardia costiera, coordinamento delle operazioni a Tripoli e rafforzamento del confine meridionale) da approvare già a luglio. La prossima settimana vedrò con i premier di Italia e Grecia quali sforzi supplementari la Commissione Ue può fare per alleviare gli sforzi di «questi due Paesi nella loro lotta eroica» sul fronte dei migranti, ha promesso il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker.
Ad accusare le autorità libiche c’è poi uno studio del Goldsmiths College, autorevole dipartimento dell’Università di Londra, che ha condotto una ricerca secondo la quale le pratiche degli scafisti, e il conseguente aumento delle tariffe della traversata per i migranti, verrebbero influenzati proprio dai sempre più numerosi «interventi» della Guardia Costiera Libica, «i cui metodi violenti hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo». Niente a che vedere con la volontà di salvare i migranti. E guai se intorno ci sono testimoni scomodi. Lo sa bene la Guardia Costiera italiana: il 23 maggio scorso, in acque internazionali, contro la motovedetta italiana CP 288 è stata sparata almeno una raffica di mitra partita da una nave militare libica. Ufficialmente, si era trattato di un errore: i libici scambiarono gli italiani per dei trafficanti. Una spiegazione che nessuno ha bevuto sul serio. Anche perché nelle stesse ore, durante un intervento nel Mediterraneo, la Guardia costiera libica si era avvicinata a dei barconi in difficoltà. Anziché procedere ai soccorsi, l’equipaggio aveva minacciato i migranti, non prima di aver sparato colpi in aria scatenando il panico. L’episodio è stato denunciato e documentato con foto e filmati dalle ong Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée. A causa del panico seminato dagli spari «oltre 60 persone – si legge in una nota acquisita dalla procura dell’Aja – sono finite in mare».

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