sabato 15 dicembre 2018
Il presidente della Banca centrale europea avverte sui rischi dell'«inazione» sul fronte delle riforme. In un mondo in cui si sta diffondendo il «fascino delle ricette e dei regimi illiberali»
Mario Draghi

Mario Draghi

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, va all'attacco delle tesi della sovranità monetaria e avverte sui rischi dell'«inazione» sui fronti delle riforme dell'Unione europea in materia bancaria e di bilancio. Anzi, occorre rilanciare il progetto europeista, visto che «altrove nel mondo si sta diffondendo il fascino delle ricette e dei regimi illiberali». Così l'economista ha concluso il suo intervento alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa dove gli è stato conferito un dottorato honoris causa. «Non è ovvio che un paese tragga vantaggi in termini di sovranità monetaria dal non essere parte dell'euro», il fulcro del suo intervento.

«Prima dell'euro decisioni prese in Germania»

«Stiamo vedendo piccoli passi indietro nella storia. Ed è per questo che il nostro progetto europeo è ancora più importante oggi. È solo continuando a progredire, liberando le energie individuali ma anche promuovendo l'equità sociale, che la salveremo attraverso le nostre democrazie, con unità di intenti», ha sottolineato Draghi.

Nel suo intervento il presidente della Bce ha sostenuto i vantaggi dell'euro. Smentendo chi afferma che sarebbe più vantaggioso uscirne. Draghi ribadisce che «la possibilità di stampare moneta per finanziare il deficit» non è stata presa in considerazione «neanche dai Paesi che fanno parte del mercato unico (Ue, ndr) ma non sono parte dell'euro».

Draghi ha ricordato inoltre che prima dell'euro, che ha permesso a molti Paesi di recuperare la sovranità monetaria, «le decisioni rilevanti di politica monetaria erano prese in Germania» mentre oggi sono partecipate da tutti. Il presidente della Bce dà, poi, la sua ricetta per porre i Paesi dell'euro al riparo dalle crisi: «Occorre procedere quanto meno sul completamento dell'unione bancaria o su quello del bilancio comune con funzioni anti-crisi», ma «l'inazione su entrambi i fronti è inaccettabile, accentua la fragilità del'unione monetaria proprio nei momenti di crisi e dunque la divergenza aumenta».

«La crescita degli anni '80 sulle spalle dei giovani»

Draghi ammette che l'Unione monetaria, pur avendo avuto «successo sotto molteplici aspetti», non ha, però, «prodotto i risultati attesi in tutti i paesi». Ciò è «in parte il risultato di scelte di politica interna e in parte il risultato dell'Unione monetaria incompleta, che ha portato a una stabilità insufficiente durante gli anni della crisi». Draghi ha parlato non solo del presente, ma ha anche volto lo sguardo al passato e in particolare a quello dell'Italia (Paese al quale si è detto orgoglioso di appartenere). Dal varo del sistema monetario europeo «la lira fu svalutata sette volte, eppure la crescita della produttività fu inferiore a quella dell'euro a 12, la crescita del prodotto pressappoco la stessa, il tasso di occupazione ristagnò», ha ricordato. «Allo stesso tempo - ha sottolineato Draghi - l'inflazione toccò cumulativamente il 223% contro il 126% dell'area euro a 12».

A ulteriore riprova che la bassa crescita è iniziata prima dell'euro Draghi ricorda che il nostro Paese tra il 1990 e il 1991 aveva «il più basso tasso di crescita cumulato» fra le economie che avevano aderito da subito a moneta unica. Mentre «la crescita degli anni Ottanta fu presa a prestito dal futuro cioè sulle spalle delle future generazioni» attraverso l'esplosione del debito pubblico. Non solo «alcuni paesi persero sia i benefici della flessibilità dei cambi che la sovranità della loro politica monetaria», e «i costi sociali furono altissimi», in un «processo che si concluse con le crisi valutarie del '92-'93», ha detto con parole che sembrano ancora una volta dirette a chi propugna un'uscita dall'euro.

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